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3 aprile 2006

L’Africa e noi in “The Constant Gardener”

Tratto dall’omonimo romanzo di John LeCarré, The Constant Gardener è un thriller politico appartenente, secondo alcuni, alla sottoca

Tratto dall’omonimo romanzo di John LeCarré, The Constant Gardener è un thriller politico appartenente, secondo alcuni, alla sottocategoria denominata guilties, di cui fanno parte i film che, come questo, affrontano tematiche scottanti della nostra epoca per far sentire colpevoli benestanti e ben pensanti.
La storia si inserisce conformemente nel filone dello spionaggio politico, quello portato avanti da dai pochi che decidono di rompere il compiacente silenzio ufficiale per cercare la verità celata degli atroci sfruttamenti dei più forti (i Paesi civilizzati e il sistema economico su cui si reggono, ovvero le multinazionali), e aiutare chi, nella sua miseria e ignoranza, è vittima inconsapevole di questi giochi di potere (le popolazioni africane). Nel caso che ci interessa, un pacato e onesto diplomatico inglese, dedito, durante il suo tempo libero, alla cura delle piante, si innamora di una fervida e impavida attivista per i diritti civili, che lo segue in Africa. Mentre lui mantiene un contegno di ignava cortesia all’interno del suo ambiente lavorativo, lei vi irrompe con la forza di accuse ironiche e sferzanti. A causa di questo atteggiamento, che pure le permette di scoprire che loschi accordi tra politica estera e locale con alcune multinazionali farmaceutiche permettono la sperimentazione di un farmaco sulla popolazione keniota, viene uccisa da un mandante ignoto. Il diplomatico, assorbita l’energia della compagna e sposata la sua causa, smetterà i panni di studioso e improvviserà un’indagine dalle proporzioni internazionali per rendere giustizia alla moglie prima e ai poveri poi.
Definito dalla maggior parte dei critici un’opera capace di rappresentare con verosimiglianza la situazione africana e la giungla del mercato farmaceutico (anche se LeCarré ha ammesso che il mondo che ha descritto lui è “addomesticato” rispetto alla realtà), l’opera seconda del regista di City of God non può fare a meno di indulgere alla spettacolarità che, a colpo sicuro, coinvolge lo spettatore occidentale. Allora, le vicende personali dei protagonisti (impersonati da star di primo livello del cinema americano), che si intrecciano alle vicende sociali, finiscono per declassare l’urgenza della denuncia a favore di un popolo che continua a rimanere senza voce.

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