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12 maggio 2006

Bocconi: Uguaglianza e democrazia. Storia di un equivoco

La democrazia è il fondamento della civiltà che l’Occidente propone al resto del mondo. John Dunn, professore di teoria politica a C

La democrazia è il fondamento della civiltà che l’Occidente propone al resto del mondo. John Dunn, professore di teoria politica a Cambridge, con Il mito degli uguali. La lunga storia della democrazia (Università Bocconi editore, Milano, 210 + XXXVIII pagine, 20 euro) racconta come una parola nata 2.500 anni fa per designare il governo di una realtà circoscritta come quella di Atene e, dopo di allora, vituperata per secoli, abbia potuto diventare il termine con cui, in tutte le lingue del mondo, si definisce oggi l’unico fondamento legittimo dell’autorità politica.
Analizzando l’evoluzione del significato del termine, il volume di Dunn, da oggi nelle librerie, si chiede perché una particolare forma di stato, la moderna democrazia rappresentativa capitalista, che tradisce solo pallide somiglianze con quella ateniese, abbia vinto la lotta globale per la ricchezza e il potere.
Ne risulta un testo intellettualmente appassionante, indicato dall’Economist come il miglior libro di scienza politica del 2005 per l’abilità con cui vengono distillate storia e idee, un saggio ricco e sottile che sa selezionare dalla storia del pensiero campioni illustri e scrittori dimenticati, per mettere in scena l’attualissimo dibattito sul significato della democrazia.
Al centro concettuale dello scontro tra le fazioni che si sono contese l’uso del termine democrazia e il controllo politico degli stati che si legittimano attraverso tale termine Dunn colloca il pensiero di “un intemperante aristocratico toscano caduto in rovina, Filippo Michele Buonarroti”.
Nel suo resoconto della Congiura degli Uguali del 1796 Buonarroti delinea chiaramente il conflitto tra un ordine dell’egoismo, secondo cui è solo l’interesse personale a motivare l’uomo, e un ordine dell’uguaglianza, che vede questa come base della socialità e della felicità e si adopera di conseguenza per l’eliminazione di ogni forma di privilegio. È il conflitto che ha opposto i rivoluzionari francesi agli economisti inglesi e, più di recente, il capitalismo al socialismo.
Mentre i sostenitori dell’ordine dell’uguaglianza, nel corso della Rivoluzione francese, si definirono in alcune circostanze democratici, i protagonisti della Rivoluzione americana non lo fecero e, nel processo di definizione della forma istituzionale degli Stati Uniti, rinunciarono coscientemente a promuovere l’uguaglianza assoluta. La loro architettura istituzionale definisce un sistema che non garantisce la sistematica prevalenza ai detentori dei privilegi, ma garantisce loro di poter partecipare ogni volta al processo decisionale da una posizione di vantaggio. Fu questa architettura ad affermarsi, nei secoli successivi, con il nome di democrazia.
La moderna democrazia rappresentativa capitalista si risolve, secondo Dunn, in un governo dei professionisti della politica, reso sopportabile dall’idea che sia il popolo, in ultima istanza, a deciderne la legittimità attraverso le elezioni. Alla libertà degli antichi, ovvero “l’opportunità di fare del proprio meglio per influire sul giudizio sovrano dei concittadini attraverso la pubblica manifestazione delle proprie opinioni”, il capitalismo contrappone “la libertà dei moderni, la libertà di fare ciò che si desidera almeno per una parte considerevole della propria vita”, a patto di delegare le funzioni pubbliche agli specialisti.
Quando hanno avuto la possibilità di scegliere tramite le elezioni, sostiene Dunn, i cittadini stessi hanno finito per preferire la libertà dei moderni a quella degli antichi. “I governi hanno scelto la parola degli eguali, democrazia”, scrive Dunn, “ma i cittadini a essi sottoposti e da cui traevano la propria legittimità, da parte loro, hanno preteso di abbracciare anch’essi l’ordine dell’egoismo”.
La democrazia rappresentativa ha viaggiato, e sta ancora viaggiando, per il mondo seguendo la traiettoria del capitalismo e il fallimento di ogni forma alternativa di organizzazione economica, basata sui presupposti dell’ordine dell’uguaglianza.
Le forme della democrazia rappresentativa capitalista possono costituire “la base più sicura e meno nociva a livello personale su cui fondare nel proprio stato la vita in comune con i concittadini”, ma non può essere solo questo a giustificare, agli occhi di Dunn, il fascino persistente del termine.
Per comprenderlo la democrazia non va intesa solo come forma di governo, ma come ideale politico e in questo caso rivela un significato molto più ampio ed entusiasmante: l’ideale di eliminazione del potere dai rapporti umani.
Se è vero che la democrazia rappresentativa si rivela la migliore forma di difesa dell’ordine dell’egoismo e della disuguaglianza, è anche vero che, negli ultimi 50 anni, il potere è stato estromesso, o almeno ridimensionato, da molti aspetti della vita sociale, primo tra tutti il rapporto tra i due sessi. Ciò accade perché l’ideale politico e l’architettura istituzionale si mettono reciprocamente alla prova di continuo, ridefinendo ogni giorno i confini tra ciò che deve essere considerato costrizione (insopportabile per i cittadini) e ciò che può essere accettato come convinzione, il processo tipicamente adottato dai politici nella democrazia per determinare la condotta dei cittadini.
La flessibilità della moderna democrazia, contrapposta all’estrema rigidità delle forme istituzionali che hanno cercato di tradurre in pratica l’ideale ugualitario, è in definitiva il motivo di un successo che lascia ancora, però, molte aspettative irrealizzate.

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