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5 maggio 2006

Il grande silenzio

In un momento in cui il documentario sembra aver riacquistato attenzione agli occhi del grande pubblico, il regista Philip Groning realizza un interesIn un momento in cui il documentario sembra aver riacquistato attenzione agli occhi del grande pubblico, il regista Philip Groning realizza un interessante tentativo di immergere la platea nell’ascetismo di un convento certosino. Groning ha dovuto aspettare sedici anni per ottenere il permesso di girare all’interno del convento di Grenoble, vera roccaforte austera di un ordine monastico tra i più conservatori della religione cristiana. I certosini infatti, fanno della semplicità il loro punto di partenza per incontrare Dio. Ed è la semplicità della loro vita che il regista tedesco mostra sullo schermo: lavori manuali come spaccare la legna, curare l’orto, cucire tonache, momenti di preghiera individuali nelle proprie camere piccole e spoglie. Ma soprattutto a regnare all’interno del gigantesco convento è il silenzio. Il voto fatto dai certosini è infatti quello di non parlare. Le parole sono ridotte al minimo, le uniche frasi pronunciate ad alta voce sono le preghiere. Pochi discorsi, solo quelli necessari ad accogliere i nuovi venuti, o per ricordare a tutti le regole dell’ordine lette durante uno dei pochi pranzi comuni in refettorio. È il silenzio e la successiva e conseguente riflessione, che avvicina a Dio, che avvicina all’unico obiettivo che l’uomo deve avere nella vita. Il film ha l’intento di far conoscere un lato della religione particolare, estraneo all’insegnamento della testimonianza e descrive in ogni particolare la vita di semi-clausura di questi monaci silenziosi. Ma la sua durata sembra eccessiva e non funzionale all’obiettivo. Nessun dialogo, nessuna voce fuori campo, una sola intervista concessa dai monaci al regista, lasciano allo spettatore tutto il compito di interpretare e comprendere il senso della vita di questi uomini. Anche le poche didascalie inserite a commento, e a volte ripetute eccessivamente, appesantiscono il film anziché aiutarne la fruizione. Il rischio è la noia o la distrazione.

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