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29 maggio 2006

Perugia: dipinto “Genealogia degli Alfani”

Il quadro raffigura in 160 ritratti la genealogia della famiglia perugina degli Alfani, rappresentata a partire dai suoi più antichi espo

Il quadro raffigura in 160 ritratti la genealogia della famiglia perugina degli Alfani, rappresentata a partire dai suoi più antichi esponenti – tra i quali svetta Bartolo da Sassoferrato, la cui effigie è di dimensioni maggiori delle altre. L’opera fu eseguita alla fine del XVII secolo, in un anno non precisabile; in seguito, presumibilmente nella seconda metà del Settecento, furono aggiunti i ritratti raffiguranti le ultime tre generazioni della famiglia: tra i personaggi della penultima leva generazionale sono compresi, ad esempio, Luigi (Aloysius) di Alfano e Francesco (Franciscus) di Tindaro, i quali furono ammessi nel Nobile Collegio della Mercanzia nel 1725 (e morirono, rispettivamente, nel 1752 e nel 1758). Sono illustrati esclusivamente gli esponenti di sesso maschile, in armonia con l’immagine rigidamente patrilineare che segnò la concezione giuridica dell’idea di famiglia nel corso dell’antico regime, la quale condizionò di conseguenza le modalità utilizzate per allestire le raffigurazioni genealogiche. La maggior parte degli “uomini Alfani” è rappresentata con l’abito nero, la veste tipica del gentiluomo tra Cinque e Seicento, ma neri erano pure gli abiti che competevano ai dottori giuristi ed agli ecclesiastici. Altri esponenti portano invece vesti rosse, caratteristiche degli alti gradi della gerarchia ecclesiastica; alcuni sono adornati con le croci degli Ordini cavallereschi.
Il quadro intese celebrare l’ampiezza lussureggiante della discendenza familiare, la lunga durata della storia del casato e la rilevanza dei suoi membri, dei quali non è quasi mai segnalata la posizione “professionale”, eccettuati pochi casi, ma che furono giuristi, militari, ecclesiastici, funzionari, pittori (la linea di Domenico e dei suoi figli). Gli esponenti della famiglia Alfani figurarono per secoli nelle matricole dei Collegi nobili della Mercanzia e del Cambio e vennero nominati ripetutamente quali Priori della città di Perugia. Tranne i militari e gli artisti, tutti gli altri passarono per gli studi del diritto, civile o canonico; oltre ad essere pratica invalsa presso le aristocrazie italiane di età moderna, lo studio e l’esercizio delle professioni giuridiche costituiva per gli Alfani un elemento posto al cuore stesso della loro identità di stirpe. Essi avevano assunto il cognome Alfani nella seconda metà del Quattrocento, trasformando il patronimico che aveva designato gli innumerevoli figli maschi del primo Alfanus del gruppo parentale, il quale era stato un importante mercante della città. Tuttavia, la ricchezza ed il potere accumulati attraverso la mercatura non fecero dimenticare, alla famiglia e agli altri concittadini, che gli Alfani si distinguevano innanzitutto per essere gli eredi diretti del grande Bartolo: e fu proprio questo il dato che il quadro volle orgogliosamente rivendicare, anche per ribadire l’origine “illustre”, perché legata alla pratica del diritto, e non “vile”, dal lontano sapore di fondaco e di maneggio di denari sonanti, della famiglia. Infatti, nella parte superiore del quadro, a destra e a sinistra del ritratto di Bartolo, due epigrafi ricordano, citandoli pressoché alla lettera, i privilegi concessi a
costui nel 1355 dall’imperatore Carlo IV di Lussemburgo, nel corso dell’ambascerìa compiuta a Pisa dal giurista per conto del Comune perugino. Si trattava dell’onore dello stemma – un leone rosso a due code in campo aureo, contornato dalle insegne imperiali –, nonché della facoltà di legittimare i giovani di condizione illegittima che fossero stati studenti del giurista: entrambi i privilegi erano dichiarati trasmissibili ai discendenti del loro primo titolare. Al di sotto delle due epigrafi, sono infatti rappresentati lo stemma imperiale, con la caratteristica aquila bicipite, e lo stemma della famiglia Alfani, corrispondente in tutto e per tutto al dettato della concessione imperiale. Gli Alfani consegnarono al quadro rappresentante la loro genealogia un’immagine assai precisa della propria idea di essere nobili: il fondamento della condizione aristocratica derivava non dai titoli feudali o dalle patenti di nobiltà rilasciate dai sovrani, bensì dalla fama raggiunta dall’antenato comune a tutti gli esponenti del casato. Bartolo, ossia la pratica del diritto, aveva reso nobile gli Alfani; dal diritto erano derivati gli altri titoli di onore goduti dalla famiglia, sicuramente superiori quanto a importanza, ma altrettanto indubitabilmente arrivati quali riconoscimenti della competenza originaria. Dalla memoria dei “caratteri originali” della storia familiare, unita all’autenticità documentaria delle concessioni imperiali – un elemento che non tutte le famiglie nobili potevano vantare – derivò la consapevolezza circa la propria identità aristocratica che evidentemente accompagnò per secoli le vicende degli Alfani, armonizzandosi con altre e diverse concezioni dell’essere nobile, fino alla sua compiuta rappresentazione nella genealogia esposta in casa, che finì di essere allestita pochi decenni prima dello scoppio della Rivoluzione francese.
Erminia Irace

Il dipinto risale alla fine del Seicento, ma è stato aggiornato nella seconda metà del Settecento, aggiungendo una porzione di tela di circa 40 centimetri alla base e diversi ritratti. Alla prima redazione spetta la gran parte del quadro, ad esclusione delle ultime tre linee generazionali dal basso, precisamente fino ai primi due personaggi di sinistra nella terz’ultima linea, Gerolamo e Alessandro. Questi furono probabilmente i committenti del dipinto, ultimi a comparire nella prima versione. Quasi un secolo dopo si decise di aggiornare l’albero con le ultime generazioni, partendo con l’aggiunta del fratello dei due citati, Tindaro. Rispetto ai fratelli si vede chiaramente la differenza di stile e anche di modulo proporzionale del ritrattino, nonostante l’abbigliamento sia stato adattato alla foggia seicentesca dei vicini. Abiti e gusto di pieno Settecento mostrano invece tutti gli altri ritratti della stessa linea, e delle due successive. È stato possibile riconoscere alcuni personaggi della penultima generazione, la cui maturità si colloca nel secondo quarto del XVIII secolo (si veda sopra il testo di E. Irace). I due ritratti che chiudono la serie in basso a sinistra, i fratelli Cesare e Bartolo di Vittorio, sono probabilmente i responsabili della redazione settecentesca del dipinto, che va collocata ben dentro la seconda metà del secolo, verso il 1780.
Mirko Santanicchia

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