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5 giugno 2006

Il Codice Da Vinci

Sono passate tre settimane da quando il film evento dell’anno è nelle sale. Il tempo necessario per valutarne l’esito, per poter dare un’opin
Sono passate tre settimane da quando il film evento dell’anno è nelle sale. Il tempo necessario per valutarne l’esito, per poter dare un’opinione sull’ultimo kolossal che le sale italiane, e non solo, stanno ospitando. In anteprima al festival di Cannes, distribuito in più di mille copie sul territorio nazionale, preceduto da un battage pubblicitario iniziato a Natale 2005, ben sei mesi prima della sua uscita, Il Codice da Vinci ha calamitato un pubblico enorme davanti agli schermi. Quanto abbiano inciso le polemiche che lo hanno preceduto, fornendo ulteriore pubblicità gratis, non si può sapere, ma di sicuro la Sony Pictures ha fatto un gran colpo assicurandosi i diritti del mega-bestseller di Dan Brown. Le quaranta milioni di copie vendute in tutte le lingue hanno fatto da apripista ai circa 250 milioni di dollari incassati in queste tre settimane al cinema. Ma se economicamente si sta parlando di uno dei più grandi successi cinematografici mondiali, paragonabile solo a Titanic, Guerre Stellari episodio I e Shrek 2, se si parla di Cinema, di quello con la C maiuscola, allora il paragone non regge.
La maggior parte del pubblico cinematografico ha già letto le pagine scritte da Dan Brown e sa già chi è il cattivo, quanto intelligenti siano i buoni, come è consolatorio il finale, quanto scandalo si vuol provare a far fare, ad una storia che di scandaloso ha poco o nulla. Chi parla di film, o libro, che cambia il modo di vedere la religione, allora ha poco a che fare con la religione! Se poi, come è più logico, si va a guardare solo il film per quello che è, cioè un onesto thriller, allora si può uscire dalla sala soddisfatti. C’è azione, c’è ironia, ci sono grandi attori anche se un po’ “irrigiditi”, c’è un gran regista, ci sono gli effetti speciali. C’è persino un personaggio reso alla perfezione, il monaco Silas, forse l’unica interpretazione che realmente si ricorderà fuori dal cinema. Purtroppo quello che manca è l’ampio respiro che naturalmente ha un romanzo di 500 pagine. A chi ha letto il libro la sensazione che resta è di un miscuglio di indovinelli, enigmi e intrighi troppo ravvicinati e troppo semplici da risolvere per i protagonisti. Più che un professore e una crittologa, Tom Hanks e Audrey Tatou sembrano un indovino e una maga per la facilità con cui dirimono quesiti tutt’altro che ovvi. Chi scrive ha apprezzato il libro. Di certo non passerà alla storia come un grande classico della letteratura, ma Dan Brown sa come accattivare il proprio pubblico, bisogna dargliene merito. Ron Howard ha ideato ottime inquadrature (quelle iniziali nel Louvre soprattutto) e ottime scene (la fuga in retromarcia con la Smart è stupenda), ha utilizzato alla perfezione i propri attori (Paul Bettany/Silas e Ian McKellen/Teabing su tutti), ma non riesce a coinvolgere e rendere partecipe lo spettatore delle vicissitudini dei protagonisti. Forse non poteva fare di più con poco più di due ore a disposizione, ma resta il fatto che il pastiche che ne è venuto fuori delude le attese.

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