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15 gennaio 2007

Olten: riunione dei migliori cervelli scientifici delle università Svizzere

Ieri, 14 gennaio, si è svolto a Olten l’annuale convegno dei medici operanti in istituti la cui attività è unicamente quellIeri, 14 gennaio, si è svolto a Olten l’annuale convegno dei medici operanti in istituti la cui attività è unicamente quella peritale. La risposta del medico ai quesiti posti dall’ordinamento sociale non è semplice poiché questo è retto da parecchie leggi specifiche per ogni tema, ad esempio, le principali, la legge sull’assicurazione malattia, la legge sugli infortuni, quella sull’invalidità, quella sulle pensioni. Chi deve applicare tali leggi, è vincolato all’osservanza dell’equità di trattamento. Il tema principale di oggi era “la qualità delle relazioni peritali”, in modo particolare per quelle riguardanti le sfere della psicologia psichica. Il tema è molto dibattuto sopratutto perché nel campo della psichiatria l’influsso delle varie “scuole” è maggiormente sentito e perché sia nella diagnostica che nell’approccio terapeutico trova ampio spazio anche per il pensiero personale del curante. Non certo da ultimo l’interpretazione della definizione di salute secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) non è sempre condivisa: “pieno di benessere fisico, psichico e sociale”. Non vi è difficoltà ad associare la salute al benessere fisico o psichico. Diversa è la considerazione sulla componente sociale. Vi sono due correnti, la prima e la più folta che integra lo stato sociale nel “sintomo di malattia psichiatrica”, la seconda che invece tiene cerca di conglobare la componente sociale nel piano terapeutico e di sostegno. Noi pensiamo che la definizione OMS debba essere valutata non come definizione a se stante, ma per le due componenti essenziali che non sono di causalità bensì di finalità. Infatti la prima componente potrebbe essere ammessa come “definizione d’intenti” cioè come invito ai governi, nessuno escluso, a mettere a disposizione dei cittadini il necessario perché i tre elementi della definizione siano raggiunti. La seconda componente rientra negli scopi di cura, dove il terapeuta si impegna diligentemente a preservare o ripristinare la salute fisica e psichica, affinché il soggetto abbia la possibilità di godere anche del benessere sociale. In questo modo non si nega assolutamente il bisogno dell’equilibrio sociale, non si nega neppure che le cattive condizioni sociali siano fonte di sofferenza, quindi elemento che facilita l’insorgenza di malattia e neppure ancora che la malattia possa provocare disagio sociale. Considerare la povertà come sintomo di malattia psichiatrica sarebbe ingiusto e contrario alla dignità di chi purtroppo ci deve convivere. D’altra parte, se effettivamente fosse sintomo, toccherebbe al medico prescrivere “il benessere”. Ora sappiamo bene che l’unica cosa che il medico può e deve garantire è la diligenza e non il successo delle terapie. Allo stesso modo non credo che il medico possa distribuire degli assegni come medicina. Vorrei menzionare altri due fattori di rischio compromettenti l’equità. Uno è costituito dalla cultura generale e politica del terapeuta (c’è chi delega la responsabilità di tutto quanto avviene all’ente pubblico e chi sostiene, invece, che la responsabilità sia sempre individuale). Ciò significa dare importanza diversa a stati patologici simili per persone in condizioni pure simili, a seconda di che deve valutare lo stato di salute dell’individuo. L’ultimo elemento che vorrei citare è l’assunzione, da parte dei terapeuti, in parte involontaria e in parte volontaria, di compiti che competerebbero ad altri. Detto semplicemente, quando non si sa come risolvere un problema personale si va dal medico, anche se questo problema è tipicamente e unicamente sociale (mancanza di lavoro, divorzio, altro). Come già detto sopra tali eventi provocano disagio, ma la soluzione primaria sta nella soluzione della difficoltà e non nella loro “medicalizzazione”. Queste riflessioni appena proposte mostrano come l’equità di trattamento sia fondamentale affinché le risorse siano ridistribuite con criteri corretti. In sede peritale non ci sta dunque il concetto del “meglio” per il paziente, ma del “meglio” per la collettività.

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