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18 gennaio 2007

Orienti e orizzonti: AIESEC racconta nuovi confini

Che la Cina, in un tempo non troppo lontano, rivaleggerà ufficialmente con l’economia italiana, con quella europea e sicuramente anche con quelChe la Cina, in un tempo non troppo lontano, rivaleggerà ufficialmente con l’economia italiana, con quella europea e sicuramente anche con quella mondiale è un evento ormai dato per scontato; ma che a sedere attorno alla tavola rotonda delle grandi potenze economiche (e quindi grandi potenze e basta) ci saranno anche India, Indonesia, Turchia, Brasile, Messico e Russia è un fatto che ci lascia abbastanza sconcertati, alla luce di un’analisi (superficiale) del quadro economico globale attuale.
Il convegno tenuto dall’AIESEC, la più grande associazione studentesca del mondo che si occupa delle diverse realtà economiche mondiali, mercoledi 17 gennaio 2007 alla Facoltà di Economia dell’Università “Roma Tre”, mira a conoscere meglio queste realtà. Come ricorda Di Mario, giornalista di Rai Tg1 Economia e moderatore dell’evento: “Si tratta di fattori importanti, per chi intende cercare un posto in questa nuova economia che si va delineando.” Ed è davvero così: il quadro economico globale può sembrarci soltanto un cumulo di cifre, talvolta tutte uguali, ma i trend che gli esperti ci propongono mostrano un disegno non solo interessante ma indiscutibilmente di fondamentale importanza per i nuovi grandi, medi e piccoli imprenditori. “C’è la sensazione di essere inconsistenti per le aziende”, afferma Francesco Costanzo, direttore di AIESEC Italia, parlando di un’alienazione studentesca che, purtroppo, stiamo tutti imparando a conoscere bene.

Nicola Anzivino, direttore di PricewaterhouseCoopers, mostra, nel suo brillante intervento, dati economici letteralmente sconcertanti: Paesi che fino a qualche anno fa erano considerati “a rischio Terzo Mondo” arriveranno “a far parte dei nuovi G7”; stiamo parlando di paesi come Messico, Brasile o India e Anzivino precisa come queste previsioni tengano conto di tutti i fattori connessi allo sviluppo. Le ragioni non vanno trovate solamente nella manodopera a costi ridotti: l’India, ci ricorda Carlo Iantorno di Microsoft, sforna 300.000 laureati in scienze tecniche all’anno. Se pensiamo che l’Italia sia un paese più acculturato degli altri ci sbagliamo di grosso: il nostro livello medio d’istruzione è pari a quello dell’Albania, negli altri paesi esiste una marcia in più, perciò, non solo nel lavoro pratico ma anche nel suo esatto opposto: “E’ come se l’Italia viaggiasse in bicicletta” dice Anzivino, “mentre questi Paesi usano l’automobile.”

Quali sono i settori vincenti? Non è facile stabilirlo in anticipo, le tecnologie cambiano troppo in fretta per sviluppare previsioni efficaci; basta pensare che il nostro ecosistema “ha subito più sconvolgimenti negli ultimi cinquant’anni che in tutta la storia dell’uomo” ci ricorda Antonella Tagliabue. Di certo, per tornare ai settori vincenti, coloro che esportano da tutto il mondo per poi rivendere, a sua volta, in tutto il pianeta (compresi i Paesi nei quali hanno acquistato) avranno sempre una marcia in più rispetto agli altri. Diventa di fondamentale importanza l’appoggio “in loco”, la cosiddetta “partnership locale”; un atteggiamento opposto, quindi, a quello di una “colonizzazione sfrenata”, che non solo si dimostra poco attenta ai problemi etici ma è anche, a lungo termine, controproducente per le aziende stesse.

E i settori perdenti? Senza alcun dubbio quelli tecnologicamente poco avanzati e orientati alla massa, importante è però cancellare l’idea – stereotipata e decisamente sbagliata – che le aziende estere vadano dove la manodopera costa meno soltanto per sfruttare questo vantaggio intrinseco: la realtà è che ci si muove per “cercare nuovi clienti. Lo stesso motivo per il quale i commercianti cinesi e di altri Paesi arrivano in Italia.” La prova, al limite del paradosso, è proprio nel caso – che avviene abbastanza spesso – in cui aziende situate all’estero scelgono addirittura di produrre nel proprio paese di appartenenza, ad esempio l’Italia, dove la manodopera costa di più. Perché una scelta del genere? Per ottenere una merce di maggiore qualità, un prodotto che sarà poi acquistato dalla fascia medio-alta della clientela del paese in cui l’azienda sta operando. Nel caso della Cina, ad esempio, è vero che il divario tra la popolazione con basse possibilità d’acquisto e quella ricca è molto alta, ma l’elevato numero della popolazione assoluta fa sì che la fascia medio-alta sia praticamente uguale a quella presente in Italia.

Quali sono i mezzi che uno studente deve procurarsi per affrontare queste nuove realtà? Carlo Iantorno parla di una “cultura della diversità”, un’attitudine mentale che tenga in dovuta considerazione la realtà mutevole intorno a noi, il rispetto dell’altro, inteso non solo in senso etico o morale ma all’interno di una più ampia accezione che permetta di allargare i propri orizzonti, che muova gli attuali confini ancora oltre.

Chiediamo a Carlo Iantorno cosa manchi allo studente italiano, alla luce di quanto appena affermato sul divario, anche culturale, che esiste tra il nostro Paese e gli altri:

“L’università italiana è molto simile ad una ‘macchina d’esami’, la mia esperienza di professore mi ha portato a ritenere quest’immagine molto significativa rispetto al modo in cui gli studenti si pongono di fronte a quest’istituzione. E’ una conseguenza in gran parte derivata dalla riforma, dal cosiddetto ‘3+2’, ma credo che quello che oggi manchi sia un ‘gusto dell’apprendimento’. Quanti di voi “ chiede agli studenti presenti, “ si interessano davvero ad un argomento che affrontano, e non si soffermano su di esso soltanto perchè devono passare l’esame?”

Sulla stessa lunghezza d’onda Nicola Anzivino che consiglia agli studenti “di non focalizzarsi sulle istituzioni, di non dare la colpa all’Università, ma di sfruttare invece le proprie doti personali per migliorare.”

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