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10 gennaio 2007

Varese: le imprese italiane nell’Est Europeo

Oltre 1600 le aziende analizzate dal Centro di Eccellenza dell’Università dell’Insubria. I risultati dello studio saranno presentati in antep
Oltre 1600 le aziende analizzate dal Centro di Eccellenza dell’Università dell’Insubria. I risultati dello studio saranno presentati in anteprima nazionale nel corso di un convegno
Sono oltre 1.600 le imprese italiane, che hanno attuato scelte di localizzazione nei Paesi dell’Europa orientale, analizzate dal Centro di Eccellenza sull’Internazionalizzazione dell’Università dell’Insubria.

I risultati di questo studio saranno presentati in anteprima nazionale il 16 gennaio alle Ville Ponti, a Varese, nell’ambito del convegno: “L’internazionalizzazione delle imprese italiane nell’Est europeo: evidenze e prospettive”, organizzato dall’Università degli Studi dell’Insubria e dalla Rivista Sinergie, con il patrocinio di Camera di Commercio, artigianato e agricoltura di Varese; Comune di Varese; Provincia di Varese; Api Varese; Associazione Artigiani della Provincia di Varese; Associazione Commercianti di Varese; Centro Estero Camere di Commercio Lombarde; Cna Varese; Confesercenti Varese; Unione Industriali della Provincia di Varese e con il sostegno di Bpu Banca, Accademia italiana di Economia Aziendale e Cueim Comunicazione.

Dalla ricerca emerge una ampia varietà di risultati interessanti per comprendere quali siano gli atteggiamenti delle nostre imprese nei confronti dell’Est Europa e del fenomeno dell’internazionalizzazione in genere.

Una prima evidenza riscontrata è che c’è piena coincidenza tra il settore in cui opera la filiale e quello della casa madre. La lettura di tale dato spiega come l’internazionalizzazione non risponda a logiche di diversificazione ma costituisca un modo per consolidare la propria presenza competitiva all’interno del business di appartenenza. Inoltre tale evidenza suggerisce come i processi di internazionalizzazione delle nostre imprese rispondano a finalità di tipo “difensivo”, ossia siano volti a “proteggere” il business originario dalle minacce emergenti sui mercati di tradizionale riferimento.
Un’altra evidenza è che gli investimenti esteri sono concentrati nei settori tradizionali. Ciò conferma il fatto che il fattore trainante le scelte di localizzazione all’estero sia la concorrenza di prezzo su scala internazionale.

«Il messaggio più forte che emerge dallo studio che abbiamo condotto – spiega il prof. Alberto Onetti, responsabile scientifico del Centro di Eccellenza sull’Internazionalizzazione – è che nei Paesi dell’Est europeo si sta affermando un fenomeno che abbiamo definito di “rilocalizzazione”: abbiamo riscontrato che un numero crescente di imprese sta progressivamente trasferendo in questi Paesi il fulcro della propria attività. Questo fenomeno si riscontra in modo particolare per i Paesi, quali la Polonia, che presentano un più alto livello di sviluppo economico e per le imprese operanti in settori maturi che soffrono in modo evidente la crescita della pressione competitiva sui propri mercati tradizionali di sbocco.
I nostri dati – continua il prof. Onetti – dimostrano come la delocalizzazione di fasi di attività e, in particolare, di quelle a minore valore aggiunto – spesso indicata nel dibattito corrente come la finalità principale della presenza italiana nei Paesi dell’Est europeo – non rappresenti l’esito ultimo del percorso di internazionalizzazione, ma costituisca solo la fase iniziale di un percorso più ampio, il cui esito finale è il trasferimento all’estero dell’intera catena del valore delle imprese, la “rilocalizzazione” appunto. Il motore delle scelte di internazionalizzazione non è ricerca di nuovi mercati, che integrino e al limite sostituiscano gli attuali. Ciò è dimostrato dal fatto che la quasi totalità del fatturato delle filiali sia realizzato nel Paese di localizzazione e nei Paesi dell’Est Europa e non più in Italia. Il contoterzismo è un fenomeno in calo.
Lo scenario delineato ovviamente non vale per tutte le nostre imprese e per tutti i settori – conclude Onetti. Per le imprese che potremmo definire “eccellenti” operanti su settori in crescita i processi di internazionalizzazione nell’area manifestano ancora le caratteristiche tipiche della delocalizzazione e sono volti all’acquisizione di fattori produttivi (in particolare il lavoro) a condizioni competitive. In questo caso i Paesi target per la localizzazione sono quelli meno sviluppati dell’area, quali – la Romania è il caso più evidente – i Paesi che sono entrati a fare parte dell’Unione Europea lo scorso primo gennaio».

«Il sostegno all’internazionalizzazione delle imprese – aggiunge Marco Castelli, responsabile del Mercato Corporate di BPU Banca – è una priorità assoluta per il nostro Gruppo, che attraverso le Banche Rete è fortemente radicato sul territorio, in particolare quello varesino. Per questo abbiamo sostenuto con piacere questa ricerca che fa luce sui fenomeni di delocalizzazione e rilocalizzazione delle nostre aziende».<

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