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17 febbraio 2007

Bach: musica e…?

A dispetto dei secoli che ci separano dai grandi compositori del passato, la musica cosiddetta “classica” sembra in questi ultimi anni essere ogge

A dispetto dei secoli che ci separano dai grandi compositori del passato, la musica cosiddetta “classica” sembra in questi ultimi anni essere oggetto di una curiosa riscoperta ad uso anche dei non professionisti. Sarà per i prezzi più “umani” di concerti e rassegne (quelli di qualità ‘media’ si intende, i grandi eventi erano e restano appannaggio dell’aristocrazia), sarà per l’incredibile quantità di cd che ci vengono propinati settimanalmente, allegati a riviste e quotidiani. E bisogna riconoscere il merito di queste iniziative editoriali che, pur rientrando nei tanti escamotages per cercare di mandare avanti la baracca, a volte sono davvero utili e ben fatte. Tra di esse, segnaliamo la collana “I Classici della Musica”, in edicola tutti i giovedì con Repubblica; a ogni disco corrisponde un articolo di approfondimento sul quotidiano, con commenti, interviste a persone competenti in campo musicale.
Nel caso del primo numero della collana, dedicato a Johann Sebastian Bach, ci è sembrato interessante il punto di vista di due esperti intervistati dal giornale: don Inos Biffi, della diocesi di Milano, docente emerito di teologia alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e direttore dell’Istituto di Storia della Teologia a Lugano, e Alberto Basso, musicologo, accademico di Santa Cecilia, presidente dell’Istituto dei Beni Musicali in Piemonte e, nel 2004, dottore honoris causa alla Facultat d’Humatitats dell’Universitat Autònoma de Barcelona.
Secondo Biffi, Bach è stato in grado di tradurre “la teologia, il dogma cristiano nella bellezza della proposta musicale”. Il ‘mistero della Fede’ che viene svelato non attraverso la parola, il discorso o la preghiera, bensì attraverso la musica. Secondo il professor Basso, Bach è l’incarnazione stessa dello spirito musicale, una figura che concentra “ i più grandi misteri legati all’universo delle note, ma anche le più elementari espressioni del linguaggio musicale”.
A ben vedere i due studiosi hanno dato un giudizio molto simile, l’uno con gli occhi dell’uomo di Chiesa, del teologo, l’altro con quelli del professionista accademico, dello studioso laico. In entrambi i casi quello che connota la genialità del maestro di Eisenbach è l’aver raggiunto picchi estremi di bellezza e creatività partendo da elementi relativamente semplici che Bach invertiva, accelerava, aumentava o diminuiva di tono. L’ “Arte della Fuga”, opera che Bach scrisse intorno al 1747 per l’imperatore Federico II di Prussia, è emblematica in questo senso: quattordici fughe (o contrappunti, come li chiamava lui) basate tutte sullo stesso tema, a dimostrazione di quanto una singola melodia potesse essere versatile, flessibile, sfaccettata. Un po’ come la verità del Cristianesimo, che è una, ma che non può prescindere da quelle differenze soggettive, da quelle sfumature estremamente personali che ne da ogni singolo fedele.
Con Bach la musica è diventata per la prima volta nella storia un linguaggio universale: parlando con le note, ha spiegato all’uomo cos’è la bellezza e con essa l’armonia, la perfezione, l’equilibrio. Ha rivoluzionato il mondo musicale di allora ed è stato un’ineguagliabile fonte di ispirazione per le successive generazioni di musicisti, primi fra tutti Mozart e Beethoven.

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