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7 marzo 2007

Bocconi: imprenditori si nasce. E si resta

Il 55% delle famiglie imprenditoriali che hanno ceduto per intero la propria azienda reinveste in una nuova attività. Lo sostiene uno studio
Il 55% delle famiglie imprenditoriali che hanno ceduto per intero la propria azienda reinveste in una nuova attività. Lo sostiene uno studio Aidaf-Bocconi realizzato in collaborazione con JP Morgan Private Bank
Quando cedono la propria attività, le medie e grandi famiglie imprenditoriali scelgono la concorrenza: nel 65% dei casi, infatti, vendono ad altre aziende quasi sempre dello stesso settore (e tre su quattro decidono per una cessione totale). Non lo fanno, però, per ritirarsi dagli affari, visto che nel giro di 6 mesi il 60% reinveste il capitale e che il 55% di chi ha ceduto tutta la propria azienda lo fa in una nuova attività imprenditoriale.

Questi alcuni dei risultati della ricerca sulle motivazioni, le dinamiche e il ruolo degli attori coinvolti nelle cessioni delle imprese familiari con fatturato di almeno 100 milioni di euro, che la cattedra AIdAF-Alberto Falck dell’Università Bocconi ha realizzato in collaborazione con JPMorgan Private Bank.

L’analisi parla chiaro: “La natura imprenditoriale di una famiglia è un patrimonio che tende a permanere nel tempo”, spiega Guido Corbetta, titolare della Cattedra AIdAF dell’Università Bocconi, “anche se per qualche ragione si è deciso di passare attraverso un processo di cessione della propria attività originaria. La cessione dell’attività, in ogni caso, rappresenta un drastico cambiamento nella vita della famiglia”. E se i motivi che spingono alla vendita possono essere diversi, con una prevalenza però delle motivazioni riconducibili all’elevata offerta ricevuta e alle necessità finanziarie dell’impresa, “nel 70% dei casi l’idea della vendita nasce comunque all’interno della famiglia, che prende coscienza della necessità di cambiare ruolo”. Mentre il 65% delle aziende è stata ceduta a un’altra impresa (con una netta prevalenza della cessione totale), il 28% è stata oggetto di cessione a un private equity o di quotazione in borsa (con prevalenza, in questi casi, della cessione parziale).

“La ricerca fotografa un capitalismo familiare italiano caratterizzato da bisogni sofisticati. Gli imprenditori considerano la cessione dell’azienda uno strumento utile per la continuazione di una storia di successo e, allo stesso tempo, ne riconoscono la criticità e la complessità per i risvolti tecnico-finanziari e di family governance che essa comporta ”, afferma Riccardo Pironti, responsabile di JPMorgan Private Bank per l’Italia, Grecia, Israele e Turchia.

Dalla ricerca emerge anche la progressiva affermazione del ruolo delle investment bank nel suggerire l’ipotesi della cessione, ruolo che diventa particolarmente evidente nel caso di cessioni parziali, dato che la vendita a società di private equity o la quotazione in borsa richiedono competenze più specifiche. Nelle cessioni totali mantengono invece un ruolo di primaria importanza figure più tradizionali, come l’avvocato o il commercialista di famiglia. In generale, comunque, maggiore sarà la dimensione dell’azienda e più probabile sarà il coinvolgimento attivo di una investment bank. “La complessità dell’evento cessione, anche nel caso di aziende di medie dimensioni, e’ tale a richiedere dei “partner” forti, in grado di fornire all’imprenditore le necessarie competenze tecniche di natura finanziaria, legale e fiscale e aiutarlo nella successiva pianificazione e nella gestione del patrimonio familiare. L’investment bank svolge in questo senso un ruolo determinante nell’intero processo”, aggiunge Pironti.

“Riguardo ai tempi dell’operazione”, continua Corbetta, “emerge che nel 65% dei casi passa meno di un anno tra la formulazione dell’idea della cessione e la firma del contratto (nel 25% dei casi gli anni sono due e solo nel 10% salgono a tre). E’ dunque un evento che magari è progettato a lungo in seno alla famiglia imprenditoriale, ma che nella sua fase di realizzazione si svolge molto rapidamente”. “E’ interessante notare, inoltre, come le generazioni più giovani siano, nella maggiorparte dei casi, attori di primo piano nel processo di vendita dell’azienda” aggiunge Pironti.

Altro aspetto approfondito dalla ricerca è la gestione del patrimonio dopo la cessione. Interessante è il tempo impiegato ad allocare le liquidità che ne sono derivate: il 60% delle famiglie decide entro 6 mesi, il 30% entro un anno e meno del 10% entro tre anni. L’attitudine delle famiglie post cessione, comunque, sembra essere quella di una gestione più prudente del patrimonio, con una minore propensione al rischio rispetto alla precedente attività.

La ricerca, condotta su un campione di 32 aziende italiane oggetto di cessione dal 1990 a oggi, mostra infine che a vendita conclusa i rapporti familiari sembrano migliorare. Come a dire che, quando la famiglia è divisa sulla visione del futuro dell’azienda, la soluzione migliore è proprio quella di procedere alla cessione o all’uscita dei ‘dissenzienti’. “Meglio una buona cessione concordata e ben progettata”, conclude Corbetta, “di una cattiva convivenza forzata”.

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