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12 marzo 2007

I selezionatori e l’arte di “tradurre” un curriculum

Partiamo da un dato. Incontrovertibile. Il 91% dei responsabili delle risorse umane di grandi aziende appartenenti al Gidp, chiamati ad esprimere

Partiamo da un dato. Incontrovertibile. Il 91% dei responsabili delle risorse umane di grandi aziende appartenenti al Gidp, chiamati ad esprimere un giudizio sulla qualità dei curricula ricevuti sentenzia: piena bocciatura, le domande di lavoro sono per la maggior parte infarcite di errori grammaticali, “facilone” sui dati importanti e ridondanti su quelli inutili. Come se trovare lavoro non fosse già difficile ecco una stroncatura in piena regola fatta da chi conta davvero, quelli che cercano talenti nascosti tra le righe di un testo spesso imperscrutabile e offrono in premio il tanto agognato posto fisso.
E allora diamo un’occhiata agli “strafalcioni” da curriculum. In cima alla lista, l’errore ortografico e grammaticale: figlio diretto dell’invio via e-mail delle candidature, che semplifica le procedure, ma è maggiormente soggetto a svarioni, è un errore democratico, perchè si manifesta in tutti i livelli di candidature, da quelle per un lavoro non qualificato alle cariche dirigenziali, ed è altrettanto proporzionalmente imperdonabile. Se, infatti, è scartato senza appello un laureato (anche in materie scientifiche) che inciampa sui verbi, c’è maggiore clemenza per un ottimo artigiano che scivola sui congiuntivi.
Superato lo scoglio grammaticale però, la stesura di un curriculum perfetto veleggia in acque agitate.
A sentire chi li legge, infatti, non ci sono dati universalmente graditi. Alcuni selezionatori (31%) ritengono inutile l’eccesso di indicazioni di competenze acquisite e attività svolte fuori dal percorso scolastico (la decennale appartenenza agli scout per intenderci) o i lavoretti per arrotondare (baby sitter per l’adorabile figlio dei vicini), altri (29%) ritengono di poter estrapolare dati interessanti sulla persona da queste esperienze “altre”e ne lamentano la mancanza.
Stesso discorso per la foto in cima al curriculum. Gradita nel 51,2% dei casi, inopportuna per il 44,8%; un bel dilemma.
Non un curriculum per tutte le stagioni, dunque, ma il più possibile “a misura” del posto di lavoro per cui si inoltra la candidatura. Su una cosa però, i responsabili delle risorse umane non transigono: le date. Appassionati dei numeri, misurano il candidato con il metro di come ha utilizzato il suo tempo. Date, quindi, ma senza barare.
Inutile essere omertosi su quella bocciatura alle scuole medie o azzardare un tre per due sugli anni all’università: i conti difficilmente tornano e, se scoperti, rischiate di farvi rifilare un gelido “le faremo sapere” dal selezionatore di turno.

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