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20 giugno 2007

Bocconi: il cinema italiano, fenomeno da box-office

L’analisi di ricercatori della Cattolica e della Bocconi, che sarà presentata in serata, mostra una cinematografia in grado di competere, come L’analisi di ricercatori della Cattolica e della Bocconi, che sarà presentata in serata, mostra una cinematografia in grado di competere, come incassi nazionali, con quella americana, ma indietro nell’home video
Nel primo trimestre del 2007 il cinema italiano ha raggiunto i migliori risultati degli ultimi 30 anni, con una quota di mercato prossima al 40% del box-office nazionale. A febbraio ha sfiorato il 50%. Se la situazione di base è, perciò, buona, Francesco Casetti e Severino Salvemini (in È tutto un altro film. Più coraggio e più idee per il cinema italiano, Egea, 2007, 150 pagine, 15 euro, libro che sarà presentato questa sera alle ore 18 all’Anteo SpazioCinema di Milano) invitano però i protagonisti della cinematografia nazionale a una più completa comprensione di un nuovo terreno competitivo che, in presenza di una molteplicità di canali con caratteristiche diverse, apre nuove opportunità a chi saprà “triangolare tra mercato, prodotto ed esperienza”. A chi saprà, cioè, produrre secondo modalità che tengano in considerazione l’esperienza che lo spettatore si attende di vivere a seconda del canale (sala, home video, tv diverse, pc, cellulare) che ha scelto per la visione del film.
Il libro, frutto della collaborazione tra un gruppo di lavoro di filmologia dell’Università Cattolica e un gruppo che si occupa di economia dell’arte, cultura e comunicazione all’Università Bocconi, evidenzia come il cinema italiano sia ancora vissuto dallo spettatore come un prodotto da consumare quasi esclusivamente nella sala cinematografica e come la sala rimanga il canale economicamente più importante per i film italiani, facendo anche da volano per lo sfruttamento successivo. Se è vero, infatti, che dal 2002 l’home video ha superato, come dimensioni economiche, il box-office, è però vero che comprende una grande varietà di prodotti non cinematografici (musica e telefilm in primis) e che una parte consistente del venduto non riguarda film di recente produzione, ma classici.

Il peso delle produzioni italiane nel mercato dell’home video è, inoltre, molto più marginale che nel box-office. Nel 2005 il cinema italiano costituiva il 25% del mercato sala, ma solo il 6-7% di quello home video. In Italia escono circa 400 titoli l’anno e se ne producono 105.

Considerando la media del periodo 2000-2005, quello cinematografico è un mercato da poco più di 100 milioni di presenze l’anno e un box office di circa 580 milioni. Nel periodo si registra una leggera crescita, che non riesce comunque a colmare il gap, in termini di frequenza pro-capite (1,75 visioni l’anno) con il resto d’Europa (2,15), né tantomeno con gli Stati Uniti (4,7).

L’home video si è attestato nel 2005 a 444 milioni di vendita (20% in edicola) e 315 milioni di affitto.

Si va affermando anche in Italia la tirannia del primo week-end. Il risultato dei primi giorni di programmazione è sempre più predittivo del successo globale del film e, di conseguenza, dei ricavi nei mercati televisivo e dell’home video. Diventa, perciò, sempre più importante il supporto promozionale del distributore, che deve investire per far uscire il film in un numero adeguato di copie e farlo conoscere al pubblico. In questo le sussidiarie italiane delle grandi major americane sono più brave dei distributori nazionali.

La televisione, nella duplice veste di finanziatore e acquirente, è un fattore piuttosto critico, perché rischia di diventare il vero cliente del cinema, a discapito dello spettatore, ma programma sempre meno cinema. Nel periodo 2000-2005 il numero di film programmati dalla tv generalista è diminuito del 18% (ancora peggio, -35%, le produzioni italiane), a causa probabilmente di una scarsa prevedibilità degli ascolti, che penalizza la raccolta pubblicitaria.

Lo spettatore riconosce al cinema italiano alcune peculiarità (vicinanza dei temi allo spettatore, didascalicità delle storie, mancanza di azione), che necessitano di contesti di fruizione in grado di garantire un’esperienza focalizzata e continuativa. Sono privilegiati i contesti familiari rispetto a quelli innovativi (la sala tradizionale rispetto ai troppo dispersivi multiplex) e quelli immersivi rispetto a quelli performativi (il dvd o l’home theatre sono più adatti del pc). Il passo avanti che l’industria cinematografica italiana deve fare non è tanto quello di cercare di realizzare prodotti adatti a ogni canale, ma prodotti diversi per ambiti di fruizione diversi, suggeriscono gli autori. Deve pensare “non più a un’unica filiera del cinema che si allarga a raggiera nello stadio finale, bensì a molte filiere del cinema, con prodotti diversi, scale disomogenee e margini economici differenti”.

Francesco Casetti, professore ordinario di filmologia all’Università Cattolica di Milano, è membro del consiglio di amministrazione dell’istituto Luce di Roma. È stato visiting professor all’Università Paris III, a Berkeley e, negli ultimi anni, a Yale.

Severino Salvemini, professore ordinario di organizzazione aziendale all’Università Bocconi di Milano, fa parte del consiglio di amministrazione di Cinecittà Holding e di accademia del teatro alla Scala e presiede il consiglio di amministrazione di Mikado Film.

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