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21 giugno 2007

C’eravamo tanto amati: istruzione e democrazia

Recentemente ho letto un articolo di Piero Citati, esimio critico letterario, da vent’anni firma di punta delle pagine culturali di “Repubblica”.

Recentemente ho letto un articolo di Piero Citati, esimio critico letterario, da vent’anni firma di punta delle pagine culturali di “Repubblica”. L’articolo, dal titolo “Così rinasce l’università per ricchi”, era una riflessione del giornalista sulla situazione dell’università italiana e dello iato sempre più evidente tra essa e la nuova classe dirigente.
Citati prendeva spunto da un’altra notizia di queste settimane: gli stranieri, in particolare quelli d’origine orientale o mediorientale, vengono sempre meno a studiare in Italia. Colpa delle complicatissime trafile burocratiche, a volte al limite del surreale (si veda in proposito il mio articolo “Born to be wild: studenti stranieri a Roma”, del 30/01/2007) che scoraggiano anche i più volenterosi; ma, sottolinea Citati, colpa anche di una qualità dell’istruzione per lo più scadente, frutto di una progressiva degenerazione iniziata sei anni fa con la Riforma Berlinguer e coronata dalla Riforma Moratti.
Paradossalmente quello che manca non sono professori capaci o studenti brillanti: entrambi esistono, ma solo in potenza, restando ingarbugliati in un sistema paralizzante che impedisce sia di insegnare che di studiare. Quello che oggi sfornano le università italiane (tranne alcune eccezioni, la Normale di Pisa, a giudizio di Citati, è una delle poche salvabili) sono “giovani che non sanno nulla”: gettati nel mondo del lavoro, i neolaureati mancano delle competenze necessarie per porsi alla guida del paese. Le lauree triennali sono un portentoso nonsense, quelle specialistiche si sono rivelate un fallimento: gli studenti migliori, i più volenterosi e veloci a terminare gli studi, vengono rallentati drasticamente dai vari tirocini obbligatori, praticantati, abilitazioni. Risultato: chi è uscito giovane e fresco dall’università, comincia a lavorare comunque tardi.
Il rischio, sottolinea Citati, è quello di ritrovarsi fra qualche anno senza una classe dirigente. Perché, de facto, la classe dirigente sono tutti quei giovani che l’università dovrebbe formare, specializzare nei vari settori che costituiscono l’intelaiatura economica di un paese, i giovani “cresciuti” che dovrebbero sostituire i grandi “invecchiati”. In Italia non esiste una nuova classe dirigente, perché le istituzioni accademiche non sono più in grado di formarla: è urgente una riforma che, a quanto pare, è nelle intenzioni del ministro Fioroni.
Nel frattempo, “i figli delle famiglie ricche vanno a studiare negli Stati Uniti o in Inghilterra. Così – conclude Citati- assisteremo (ancora una volta) a questa insensatezza: la Riforma Berlinguer, che pretendeva di essere democratica, farà in modo che tutta la nostra classe dirigente sarà formata da ricchi”.
Insensatezza. Mai parola fu più appropriata. Qui non c’entrano le ideologie, la destra, la sinistra, il Nord o il Sud: quello che viene minacciato è il sistema democratico dalle sue fondamenta. La democrazia capitalista americana ha un senso anche nelle sue “ingiustizie”, perché è il risultato di un’operazione politica cosciente e mirata. In Italia tutto sembra sempre succedere senza che nessuno se ne renda conto: la democrazia si sfalda, le istituzioni declassate a puri fantocci e un giovane non di buona famiglia è costretto ad emigrare per emanciparsi, per uscire di casa.
Qualche giorno fa mi è capitato di parlare con una giornalista del “Corriere della Sera” alla quale ho chiesto consigli su come orientarmi per entrare nel mondo del giornalismo. “Lascia perdere l’università- mi ha ammonito- quello che ti serve sono i contatti. E i contatti te li fai dove paghi, nelle scuole private da cinquemila euro l’anno che ti permettono di fare gli stage presso le testate più importanti”. Bene, se ho i soldi lavoro. Mi pare che non faccia una piega.

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