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14 giugno 2007

Università e spettacolo: quando la star fa tendenza

Tutti quanti ci saremo accorti della dimensione altamente ‘spettacolare’ che accompagna ogni manifestazione pubblica della vita statunitense: dalle caTutti quanti ci saremo accorti della dimensione altamente ‘spettacolare’ che accompagna ogni manifestazione pubblica della vita statunitense: dalle campagne elettorali con bandierine, lustrini e cartelloni prestampati eleganti e colorati, ai telegiornali super megatecnologici, interfacciati come il computer di bordo di un’astronave, con giornalisti smaglianti e spigliati e musiche rock futuristiche.
Ogni cosa, in America, è un pretesto per fare spettacolo: gli americani che, in fin dei conti, non sono così stupidoni come a noi europei piace pensare, se ne sono accorti e il loro immancabile fiuto per gli affari ha portato alla nascita di un nuovo business: l’ingaggio di star della televisione, del cinema o della politica (ebbene si, anche loro sono ‘star’) per le cerimonie di laurea.
E’ aumentato vertiginosamente il numero di atenei americani che ogni anno contatta personaggi famosi per la cerimonia della ‘graduation’; e se prima era una mezzo a cui ricorrevano le università più piccole per farsi notare sulla scena nazionale almeno per un giorno, oggi anche istituti di grande prestigio sono stati contagiati dal virus della star. Università rinomate, come la University of Pennsylvania, la High Point del North Carolina, addirittura la Howard University di Washington, sebbene abituate ad oratori con curriculum più che forbiti, si sono piegate alle esigenze del jet set, ingaggiando rispettivamente Aretha Franklin, Bill Cosby e la presentatrice tv Oprah Winfrey.
Imbestialiti gli studenti della Columbia University, che invece dei vari Kofi Annan e Mario Cuomo degli anni passati, il giorno della loro laurea si sono ritrovati l’eroe di “Lost”, Matthew Fox, che li ha invitati “a vivere seguendo le loro passioni e non le aspettative degli altri”. Meglio, in ogni caso, di quello che nel ’96 capitò agli studenti del Southhamoton College di Long Island, dove fu Kermit la Rana dei Muppets a pronunciare il ‘commencement speech’.
La scelta dell’ospite per il fatidico giorno è diventata una vera e propria industria: gli atenei si sfidano per accaparrarsi il migliore o il più in vista del momento, l’evento viene pianificato con mesi (se non anni) di anticipo ed esistono degli agenti specializzati nella ricerca di oratori per le università. Oratori che, tra le altre cose, richiedono parcelle succulente per le loro prestazioni demosteniche: dai diecimila ai cinquantamila dollari a seconda della fama dello speaker. Oppure c’è chi al denaro preferisce una laurea ad honorem: è il caso del jazzista Wynton Marsalis, beneficiato con una laurea in musicologia per il suo discorso alla New York University, così come Barak Obama ha ottenuto un dottorato in legge alla Southern New Hampshire University.
Inevitabilmente i discorsi di laurea hanno anche una funzione politica e possono essere la base di una campagna elettorale: si vedano i democratici Rudy Giuliani, John Edwards e l’ex-firs lady Hilary Clinton, disponibile su YouTube nel suo discorso alla Dillard University di New Orleans.
Il presidente Bush ha scelto il Miami Dade College nella contea che gli regalò la vittoria su Al Gore, scelta oculata per evitare gli immancabili fischi. Non è riuscito invece ad evitarli il suo vice, Dick Cheney: alla Brigham Young University, università di Mormoni nel cuore conservatore dello Utah, giovani pacifisti hanno alzati cartelloni provocatori con scritte “Fate la zuppa, non fate la guerra”. Ma non era “amore”?

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