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23 luglio 2007

Indagine sulla lingua italiana: scrittori maestri di chiarezza

Tullio De Mauro, esimio linguista e ordinario di Linguistica generale alla Sapienza di Roma, ha di recente pubblicato i risultati di uno studio iniz
Tullio De Mauro, esimio linguista e ordinario di Linguistica generale alla Sapienza di Roma, ha di recente pubblicato i risultati di uno studio iniziato nel 2003 e immortalato nel ‘Primo Tesoro della Lingua Letteraria del Novecento’, edito da Utet e dalla Fondazione Bellonci. Obiettivo della ricerca era stabilire quale, fra i generi in prosa, fosse il più chiaro, il più intellegibile dagli italiani: sono i romanzi che, in quanto a comprensibilità, battono di gran lunga le altre forme di scrittura, a cominciare dalla saggistica di vario genere (letteraria, artistica, filosofica, economica), la prosa burocratica, addirittura alcune forme di giornalismo. L’equipe di ricerca ha analizzato cento romanzi pubblicati dal 1947 ad oggi: di questi, sessanta sono i vincitori di altrettanti Premi Strega (premio, lo ricordiamo, istituito nel 1947 e che ha festeggiato la sua sessantesima edizione lo scorso anno), gli altri quaranta sono romanzi che hanno partecipato al prestigioso concorso senza vincere. Il fine era stabilire la consistenza della lingua letteraria, quanto essa è definita e leggibile, quanto si discosta dalla lingua d’uso quotidiano. La questione se la lingua letteraria debba essere intesa come lingua ‘alta e altra’, volutamente distinta dal linguaggio ‘volgare’, oppure debba restare il più possibile ancorata al senso comune perché la cultura sia diffusa e patrimonio di tutti, è, in realtà, un dibattito antichissimo, un problema che avvertivano già i poeti ed i letterati d’età classica. Lavorando su questi cento ‘campioni’ (inizialmente dovevano essere di più, ma la Presidenza del Consiglio nel 2003 negò i fondi per un affinamento ulteriore della ricerca), è emersa anzitutto una tendenza generale: la progressiva scomparsa di una lingua letteraria strutturata, un vero e proprio ‘letterariese’, abbandonato in nome di un utilizzo estremamente libero di tutti i mezzi espressivi che il parlato mette a disposizione dello scrittore. Luca Serianni, ordinario di Linguistica Storica alla Sapienza, l’ha definito “la fine dell’arroccamento nella e della cittadella letteraria”. Dal punto di vista linguistico tout court, De Mauro individua “una preferenza sempre più accentuata per un periodare diretto, lineare, breve”, nel quale trova sempre più spazio la frase nominale, senza verbo, “una struttura poco cara ai grammatici, ma assolutamente comune nell’italiano parlato”. Di contro, si riscontra una tendenza alla cura del vocabolario, alla ricerca di parole poco comuni, “residuo di quello che Italo Calvino chiamava il ‘terrore semantico’ dell’intellettuale italiano, la paura per l’espressione più diretta e nota, e Gramsci, con minore benevolenza, chiamava ‘neolalismo’, compiacimento per l’ermetismo lessicale. Ma – precisa De Mauro- si tratta di residui, rispetto a quello che si trova nelle prose di accademici, giuristi e umanisti”. In quanto a chiarezza complessiva, la lingua letteraria vince sulle altre lingue. Alcuni criteri statistici di intellegibilità dimostrano come gli italiani con una licenza superiore non incontrino difficoltà di lettura in nessuno dei cento romanzi; per quelli con una licenza di scuola media l’unico romanzo della categoria ‘molto difficli’ è ‘Danubio’ di Claudio Magris, mentre ‘difficili’ risultano Moravia, Primo Levi, Affinati. Difficoltà, in ogni caso, altamente superabile con un’adeguata ‘assistenza’ nelle scuole o nelle biblioteche. Più critica la situazione dei lettori in possesso della sola licenza elementare, per i quali solo ‘A caso’ di Landolfi si presenta leggibile senza aiuti. In ogni caso, la tendenza generale è rendere accessibile la letteratura a un pubblico sempre più vasto. “In questi anni- racconta De Mauro- ogni volta che abbiamo provato a misurare il grado di leggibilità dei testi italiani, abbiamo trovato il peggio in molte leggi, purtroppo, seguite dalle circolari ministeriali e dagli scritti di saggistica letteraria, artistica, filosofica ed economica, anche quelli destinati alla stampa quotidiana. Peccato, perché anche chi scrive così ha probabilmente cose interessanti da dire, a volte”. A volte, appunto. Altre no. D’accordo con Jean La Bruyere quando, nel lontano 1688 affermava: “La gloria o il merito di certi uomini è scrivere bene; di altri, non scrivere affatto”.

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