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29 febbraio 2008

Laurea sempre più svalutata. Un appello alla politica

Stipendio basso. Contratto da precario. Poche le possibilità di mobilità sociale. È la fotografia impietosa che dipinge il mondo dei neoStipendio basso. Contratto da precario. Poche le possibilità di mobilità sociale. È la fotografia impietosa che dipinge il mondo dei neo-laureati italici. L’autore è Alma-Laurea, il consorzio che si occupa di monitorare, anno dopo anno, la situazione dei laureati nel nostro Paese. La riforma universitaria, entrata in vigore dal 2001, c’entra qualcosa con tutto questo? C’è il delitto, ma, come al solito, i colpevoli non si trovano mai. La differenza tra un diplomato e un laureato si sta assottigliando sempre di più. Almeno in termini di guadagno. 1040 euro, è la cifra percepita in media da un novello dottore. Meno di un neo-laureato del 2001, calcolando il potere d’acquisto. Il 48% dei neo-dottori viene assunto con un contratto a tempo determinato. Leggermente migliorato il tasso di occupazione, salito di mezzo punto (53%), a un anno dal titolo conseguito. Rimangono, impietose, le discriminazioni, quelle solite, tra donne e uomini e tra laureati del nord e laureati del sud. Addirittura il tasso di occupazione di chi si laurea al sud, è di venti volte inferiore rispetto a un “collega” del nord. Inoltre, il guadagno netto di una donna è di circa 925 euro mensili, a fronte dei 1186 euro percepiti dagli uomini Vita da precari? Beh, almeno un pezzetto di precariato è assicurato, se solo a cinque anni di distanza dal titolo ottenuto, il 70% dei neo-dottori viene assunto a tempo indeterminato. Ma il dato che più caratterizza in toto il paese Italia è quello della mobilità sociale. Volente o nolente il figlio di un operaio, seppure laureato, dovrà rassegnarsi a sacrificarsi di più rispetto a figlio di un professionista. Cinque anni dopo la laurea, infatti, il figlio di un operaio guadagna in media 1238 euro, mentre il figlio di un professionista, benché con un titolo identico al suo collega discendente di operaio, prende circa 200 euro in più al mese. Questione di genetica? Difficili, complesse le risposte e di conseguenza le soluzioni, almeno per chi fa finta di essere sordo. Che strano che i sei anni a regime di riforma universitaria siano coincisi con i sei anni dall’entrata in vigore della legge Biagi. La svalutazione della laurea, causata dall’enormità di corsi di studio (triennali e specialistici), la maggior parte dei quali totalmente inutili, ha prodotto una nuova classe di giovani precari. Tirocini, stage, lavori a progetto, cococo, sono gli incubi più ricorrenti dei neo-laureati. Una giungla dolorosa, ma ritenuta necessaria per poter aspirare a ciò che si vorrebbe fare veramente. Anni e anni passati a dire “ma perché?”, “ma chi me lo fa fare”? Avvocato, dottore, ingegnere, giornalista, parole che suonano sempre più lontane mentre si perde tempo a friggere patatine in un Mc Donald’s o ad affibbiare improbabili offerte tramite un call-center. Eppure, come sempre, basterebbe poco per cambiare le cose. Basterebbe ridare dignità alla laurea, consentendo ad un giovane neo-laureato di poter esercitare la professione il giorno dopo aver conseguito il titolo di dottore. Basterebbe abolire le tante caste di professioni che ci sono in Italia, spacciate per ordini, per albi, per qualcosa di divino. Si consentirebbe, in questo modo, un’apertura vera del mondo del lavoro ai giovani. E per lavoro si intende quello immaginato all’atto di immatricolarsi. Nel contempo, ovviamente, ci vorrebbe una riforma dei corsi di laurea tale da consentire un’adeguata preparazione, pratica soprattutto, in vista della professione da svolgere. Insomma stavolta basta lamentarsi soltanto. Visto che si paventa una nuova stagione, anche politica, è tempo di passare alle proposte. Sbloccare le professioni per aprirle ai giovani neo-laureati. L’appello è lanciato. La speranza di una risposta, è l’ultima a morire.

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