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25 febbraio 2008

Matricole e abbandoni: quando l’università dura un anno

Studenti che vengono e studenti che vanno, giovani capaci di autodirezionarsi con successo nel proprio percorso formativo e ragazzi che nell’universitStudenti che vengono e studenti che vanno, giovani capaci di autodirezionarsi con successo nel proprio percorso formativo e ragazzi che nell’università si parcheggiano, in attesa di nuovi stimoli.
Aumentano i secondi, diminuiscono i primi. Il Comitato Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario (Cnvsu) ha condotto una ricerca che ha portato a risultati a dir poco allarmanti: i dati, in riferimento all’anno accademico 2005-2006, mostrano che, su circa 324mila matricole, 67.370 (il 20,78%) hanno abbandonato entro il primo anno e 71.888 (il 22,17%) sono di fatto inattivi, ovvero iscritti senza aver sostenuto neppure un esame durante il primo anno di immatricolazione. L’Università degli Studi di Palermo, la Federico II di Napoli e la Sapienza di Roma: questi gli atenei dove si registra il maggior numero di abbandoni, seguiti da Chieti, Bologna, Bari, Messina e Tor Vergata di Roma. Le facoltà più colpite quelle a indirizzo scientifico (geobiologico in particolare) e socio-politico; le rinunce aumentano negli atenei ad accesso libero con una minore selettività.
Come spiegare questi dati preoccupanti? Anzitutto con la poca informazione che gli studenti ricevono nelle scuole superiori, assolutamente prive di adeguati programmi di orientamento alla scelta universitaria. Giuseppe Silvestri, rettore dell’Università di Palermo, commenta: “Sono stato tutor di gruppi di studenti e son quanto arrivino impreparati. In questo anche la scuola ha le sue responsabilità. E’ chiaro poi che non avere filtri in ingresso può anche essere positivo, però ci sono tanti studenti disorientati che poi lasciano. Soprattutto se uno non ha le idee chiare, l’impatto con l’università è forte”. La scuola non è la sola responsabile: Silvestri punta il dito contro gli stessi atenei dove le attività di tutoraggio sono deboli se non inesistenti e andrebbero migliorati, “ma”- aggiunge- “non ci sono né i mezzi né la cultura per farlo”.

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