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18 febbraio 2008

Università o scuola di omicidio?

Università dell’Illinois. Politecnico della Virginia. Non esattamente ambienti per film horror. Non proprio accademie per serial killer. EppureUniversità dell’Illinois. Politecnico della Virginia. Non esattamente ambienti per film horror. Non proprio accademie per serial killer. Eppure proprio in quelle aule, nei cortili, negli spazi verdi dei campus universitari monta l’odio. Stephen Kazmierczak, 27 anni, dottorando in Sociologia in Illinois, di odio in corpo ne doveva avere parecchio. Sei studenti uccisi, quindici feriti, e poi il suicidio. Problemi mentali? Si ma ovviamente lo si scopre solo dopo, così come si scopre dopo che la madre era morta da poco e che il padre era via in Florida. Altre indagini riveleranno che Stephen assumeva psicofarmaci e che aveva smesso di prenderli da due settimane. Giustificazionismo? Non è il caso. Sono decenni che scuole e università americane diventano set per thriller sempre più avvincenti. In questi casi pareri di esperti, di psicologi, di sociologi vari si sprecano. Solitudine, mancanza di affetto, mancanza di ascolto, rabbia repressa. Fuoriescono le emozioni più profonde dall’analisi di una strage così efferata. Dopo, ovviamente. Ma nessuno si è mai chiesto come mai questi ragazzi non siano capaci di esternare emozioni prima? Siamo proprio sicuri che tutti, ma proprio tutti, guardando Stephen negli occhi non abbiano notato qualcosa che non andava, qualcosa di strano, oppure non gli abbiano semplicemente chiesto come stai? Troppo spesso luoghi che dovrebbero essere di socializzazione e di ascolto, come le università, si trasformano in fabbriche di individualismo. Certo, è un problema generale, che riguarda la società intera. La post-modernità che inietta dosi massicce di alienazione. Ma le università dovrebbero avere un po’ la funzione delle riserve indiane, dovrebbero essere l’antidoto più efficace contro l’isolamento mentale. Nell’era in cui un computer diventerà il nostro migliore amico, spazi in cui ci si può parlare guardandosi negli occhi diventeranno sempre più rari. L’università dovrà rimanere uno di questi spazi. Dalle università può rinascere l’arte dell’ascolto. Fermarsi e guardarsi finalmente negli occhi. Cercare di capirsi. Se l’uomo dovesse perdere queste capacità, non molto più, ormai, lo separerebbe dal mondo animale. Stephen forse non è altro che un pezzettino di umanità che stiamo perdendo.

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