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5 novembre 2008

La più grande università al femminile nasce in Arabia Saudita.

Buone notiBuone notizie per le aspiranti universitarie dell’Arabia Saudita. In un paese dove alle donne è tutto o quasi proibito e dove azioni proprie della vita di una persona come viaggiare, lavorare, comprare una casa, sposarsi e perfino andare in ospedale per essere intraprese da persone di sesso femminile  è necessario il permesso del tutore, maschio naturalmente, ebbene proprio in questo Paese sta per nascere  la più grande università della Terra per sole donne, la prima costruita dal governo unicamente per ragazze. L’ Università Principessa Nourah Bint Abdulrahman, dal nome della sorella del fondatore del Regno e zia dell’ attuale sovrano, sorgerà nel deserto a est dell’ immensa capitale Riad. Due anni di lavoro, 4 miliardi di euro di investimenti, 8 milioni di metri quadrati. Avrà 15 facoltà, biblioteche, moschee, una scuola e un asilo nido, un ospedale da 700 letti. Sarà eco-sostenibile e non è chiaro se avrà dormitori (le ragazze sarebbero lontano dalle famiglie). Punterà molto sulle scienze, dalle nanotecnologie all’ informatica, con laboratori di alto livello finora riservati agli atenei maschili. Un college universitario per sole donne è stato già aperto dal 1998 a Jeddah (ma privato e a pagamento) e facoltà femminili esistono in alcune grandi università. Tutte con insegnanti donne, naturalmente (o in caso si debba ricorrere a un professore, via tv a circuito chiuso: le ragazze lo vedono, lui parla a una telecamera) e tutte di livello discutibile (anche per l’ incombente presenza degli insegnamenti religiosi wahabiti, com’ è per tutto il sistema del Regno). Molte ragazze (e ancor più ragazzi) se hanno soldi e genitori «moderni» vanno a studiare all’ estero.  Lo sforzo del governo saudita verso l’istruzione femminile è evidente con la creazione di questa nuova facoltà ma rimane il peccato originale di una terra che riconosce l’istruzione superiore alle donne ma le relega in un’area a loro esclusivamente dedicata e le continua a trattare. Come sostiene Farida Deif, di Human Rights Watch, come “eterne minorenni”. Un passo è stato fatto, imponente quanto si voglia, ma è ancora troppo poco. 

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