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4 dicembre 2008

Una ricerca con molte idee e pochi brevetti

Torniamo a parlare dei ricercatori, esemplari pregiati e bistrattati delle università italiane, facili prede della precarizzazione e della scarsità diTorniamo a parlare dei ricercatori, esemplari pregiati e bistrattati delle università italiane, facili prede della precarizzazione e della scarsità di fondi e oggi ancora più vittime sacrificali dell’incombente crisi economica e del taglio dei fondi all’università. Mentre Barack Obama parla della ricerca come la punta di diamante sulla quale investire e il Presidente Napolitano, dopo le proteste che hanno accompagnato l’approvazione del decreto Gelmini, torna a chiedere al Parlamento di non tagliare più su questo settore, il cammino della ricerca italiana prosegue all’insegna dell’incertezza e della cronica mancanza di fondi. Ma cosa produce la ricerca italiana? Pubblicazioni scientifiche in primis, ma pochi brevetti. Pochi soprattutto se paragonati a quelli prodotti da ricercatori italiani all’estero. Si scopre che è’ made in Italy il 10-20% di quanto brevettato nelle università americane. Diverso in Italia. Eccellente nelle pubblicazioni scientifiche, apparentemente disinteressata ai brevetti. In particolare in medicina, nel campo biomedico. I Politecnici, il San Raffaele, la Normale di Pisa hanno da anni un ufficio brevetti. Altre università si sono attivate dal 2002-2003. Ancora poche. Registrare un brevetto biomedico può costare 20-30 mila dollari negli Stati Uniti, anche il doppio in Italia. Un investimento non da poco la cui mancanza crea una discrepanza tra produzione di conoscenza e valorizzazione economico e sociale che porta l’ Italia da sola a creare il 4% della conoscenza mondiale con una vasta produzione scientifica, ma ad occupare nella classifica della competitività nei Paesi Ocse  solo il 46° posto. Attrarre investimenti dunque e indirizzarli verso progetti che possano portare a dei brevetti. Una scelta quasi obbligata per il futuro della ricerca in Italia e per poter ambire al ritorno dei cervelli dispersi (e produttivi) nei laboratori delle università straniere. Una scelta che stride fortemente con l’habitat da animale in via d’estinzione in cui i ricercatori italiani sono portati a sopravvivere oggi.

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