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30 maggio 2010

Gli studenti chiedono l’estate, Giuliacci risponde

Alcuni degli episodi di clima eccezionalmente freddo più notevoli legati alla Piccola Era Glaciale avvennero proprio sul finire di tale periodo, causati tanto dalle “bizze” del Sole quanto dall’intenso vulcanismo. Il secondo decennio del XIX secolo in particolare fu caratterizzato da grandi eruzioni vulcaniche che modificarono le proprietà dell’atmosfera e il clima di molte regioni della Terra.

Dopo che nel 1812 il vulcano Soufriere (nei Carabi), e nel 1814 il vulcano Mayon (nelle Filippine), avevano già scaraventato in atmosfera abbondanti quantità di polvere, cenere e gas, tra il 5 e il 15 aprile del 1815 le Indie Orientali Olandesi (l’odierna Indonesia) vennero difatti squassate dalla più catastrofica eruzione vulcanica degli ultimi 1000 anni, quella del Monte Tambora.

Dell’incredibile violenza dell’eruzione del Tambora scrisse nel suo diario anche Sir Thomas Stamford Rafles, comandante di un distaccamento militare britannico di stanza nella zona: “A Giava, distante trecento miglia (dal vulcano), essa (l’eruzione) sembrava spaventosamente presente. A mezzogiorno il cielo era coperto da nubi di polvere; il Sole era avvolto da un’atmosfera densa in cui era incapace di penetrare; una pioggia di cenere copriva le case, le strade e i campi con uno strato alto parecchi centimetri, e in tutta quella oscurità si sentivano a intervalli le esplosioni, simili al rombo dell’artiglieria o al rumore di tuoni lontani. La somiglianza col rombo del cannone colpì a tal punto alcuni ufficiali che, temendo essi un attacco di pirati a qualche punto della costa, furono mandate delle navi a portare soccorso”. L’eruzione, tre volte più potente di quella del Krakatoa (avvenuta circa 70 anni più tardi, nel 1883), ridusse l’altezza del Monte Tambora di circa 1400 metri e scaraventò nell’atmosfera più di 100 chilometri cubi di materiale vulcanico.

A causa delle grandi quantità di polvere, cenere e acido solforico che avvolsero tutto il Pianeta, per la luce e il calore provenienti dal sole divenne più difficile penetrare l’atmosfera e le temperature della Terra subirono un improvviso abbassamento. In particolare nel 1816 eventi climatici eccezionali sconvolsero molte regioni del Pianeta, ma fu lungo le coste orientali del Nord America che le bizze del clima si divertirono a disegnare gli scenari più incredibili. Durante un’estate come non se ne era mai viste prima, e come mai più se ne sarebbero viste, verso la metà di giugno tra gli 8 e i 15 centimetri di neve ricoprirono tutta la regione del New England, mentre in Québec il manto nevoso raggiunse i 30 centimetri di spessore. Le nevicate a dir poco tardive di giugno furono seguite, in tutte quelle regioni, da intense e devastanti gelate ai primi di luglio e verso la fine di agosto. Attoniti e increduli, i contadini si ritrovarono a lavorare i campi, nel pieno della stagione estiva, avvolti in pesanti cappotti di lana, tanto che il 1816 passò alla storia come l’anno senza estate! La perdita pressoché totale dei raccolti di quell’annata diede una fondamentale spinta all’emigrazione dei contadini della costa orientale del Nord America verso nuove e più accoglienti terre, alla “conquista del west”.

© Andrea Giuliacci – Marzo 2010

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