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21 settembre 2010

Intervista ad uno stagista MAE-CRUI ad Addis Abeba.

Per tutti coloro che hanno deciso di intraprendere una carriera “fuori dalle calde mura domestiche”, fare un’esperienza all’estero diventa tappa obbligata e presupposto necessario per un lavoro che sia, anche in minima parte, consono alle proprie aspirazioni.

Più volte vi abbiamo riportato notizie-flash di stage, master e dottorati all’estero. Spesso vi abbiamo raccontato storie di chi è partito lasciando la propria terra nella speranza di trovare un futuro. Questa volta ho deciso di raccontarvi una storia breve, ma non per questo meno intensa. Una storia di stage come tante altre. Unica differenza : lo stage è in Africa e scenario e contenuti sono completamente diversi da quelli a cui siamo normalmente abituati.

Marco Nardi, anni 27, studente alla facoltà di Scienze Politiche (corso di laurea in Politiche della cooperazione allo sviluppo) presso l’Università degli studi di Napoli L’Orientale, ci racconta la sua esperienza di stagista presso l’Ambasciata d’Italia ad Addis Abeba in Etiopia nel da Settembre a Novembre 2009.

Ciao Marco. Allora, come mai hai deciso di recarti all’estero ? Libera scelta oppure necessità per tutti coloro che seguono il tuo percorso di studi ?

Per chi come me è laureato o studia Relazioni Internazionale, le esperienze all’estero sono un percorso integrante e naturale degli studi. Credo che chiunque abbia intrapreso questo percorso senta l’esigenza di esplorare l’ ‘altro’, ovvero ciò che ci viene detto che è diverso da noi, ho conosciuto forse solo un paio di studenti che non avrebbero voluto fare un’esperienza all’estero. Purtroppo però c’è una scarsa informazione sulle innumerevoli opportunità che vi sono a disposizione, anche perché spesso sono a costi modici. La mia esperienza però non è tra i progetti con agevolazione per gli studenti, a meno che non sia previsto un contributo volontario da parte dell’Università. Io sono stato stagista presso l’Ambasciata d’Italia ad Addis Abeba in Etiopia tramite il programma MAE-CRUI che è portato avanti dal Ministero degli Affari Esteri Conferenza dei Rettori e che permette un periodo di stage non retribuito presso le Ambasciate, i Consolati e gli Istitui Italiani di Cultura di tutto il Mondo.

Perché l’Africa ? Potevi scegliere anche altre mete ?

In realtà nella domanda avevo scelto anche il Nicaragua, il mio obiettivo era quello di fare un’esperienza in un paese del Sud del Mondo, anche perché l’indirizzo della mia specialistica è Politiche della Cooperazione allo Sviluppo, quindi mi sembrava un po’ doveroso. Inoltre, il lavoro in Ambasciata non mi ha mai attratto particolarmente, infatti avevo fatto richiesto presso l’UTL (ossia la cooperazione italiana), fa parte dell’Ambasciata stessa ma si occupa di progetti di cooperazione allo sviluppo. Quando però mi è stato offerto di farlo presso l’Ufficio Politico ho accettato lo stesso, l’Africa era lì ad un passo e non potevo farmela sfuggire.

Quali erano i tuoi compiti ?

Il mio compito era quello di redigere la rassegna stampa con le principali notizie politiche dell’Etiopia, ma spesso ero anche in giro presso conferenze ed incontri organizzati da altre ambasciate. Inoltre Addis Abeba è sede dell’Unione Africana e della Commissione ONU per l’Africa, nonché la città africana con il più alto numero di ONG internazionali attive. Anche a causa della carenza di personale spesso mi sono ritrovato a ricoprire ruoli anche con una certa importanza presso queste istituzioni, anche se di sola rappresentanza. Ad esempio sono stato per una settimana presso la Commissione ONU dove era in corso la terza conferenza di revisione dell ICPD del 1994 (International Conference on Population and Development). C’erano i delegati di tutti i paesi africani e anche molti, come me, provenienti da Ambasciate di paesi extra-africani, ma con una funzione di mera rappresentanza. Quindi il mio ruolo era solo quello di osservare ed eventualmente prendere qualche nota.

Parlaci un po’ di Addis Abeba. Che cosa hai visto dell’Africa raccontataci dai media ?

Addis Abeba è una città disordinata ed in continua evoluzione, ci sono centinaia di cantieri ed edifici nuovi che sorgono ogni giorno. Si trova a circa duemila metri sul livello del mare; per chi viene dal basso l’adattamento all’aria può essere anche lungo, nonostante dopo un paio di giorni riuscissi a respirare bene, dopo due mesi facevo ancora fatica a parlare camminando. Al di fuori dell’Ambasciata, immersa in un bellissimo giardino e circondata da un alto muro, si estendono migliaia di baracche ogni tanto interrotte da edifici moderni in cemento. L’assenza di grandi ghetti, come in altre città africane, e quindi la contiguità di uno scarso benessere in un mare di povertà, contribuisce a mantenere un clima poco violento ed una sicurezza piuttosto elevata. Le scene di ordinaria violenza di Nairobi sono molto lontane dalla tranquilla Addis. Al di fuori della città si estende un paese di un fascino incredibile, anche se l’Etiopia non possiede le grandi riserve faunistiche di altri paesi, si caratterizza per un storia ancora presente; castelli, chiese scavate nella roccia, obelischi e chiese rupestri si mescolano a leggende e misteri della cristianità e a paesaggi lunari che sembrano non appartenere a questo pianeta. No, non credo sia possibile parlare in breve dell’Etiopia.

Cosa ha significato questa esperienza per te ?

Credo che per un neolaureato sia molto importante vedere come funzioni un’Ambasciata, una Conferenza Internazionale, come comportarsi in determinati contesti e così via. Questo credo sia l’esperienza comune con chiunque faccia uno stage presso un’istituzione. Farlo in Africa però è diverso, è un pugno continuo allo stomaco quando esci per strada, quando vedi la gente che si lava il viso con l’acqua delle pozzanghere, quando vedi una donna cieca con un neonato che ti chiede i soldi, quando vedi che quello che vedevi per televisione mancava di tutte quelle sensazioni che provi camminando, ma soprattutto quando dopo un po’ tutta la miseria ti sembra normale, perché dentro di te si accende una protezione di sopravvivenza. L’alternativa potrebbe essere solo quella di aiutare tutti, ma sarebbe impossibile. Ecco quindi che dopo un po’ quello che vedevo per strada diventava normale, forse perchè anche io ero diventato parte della città. Sono riflessioni come queste che rendono differente l’esperienza, quello che più mi ha colpito è la mancanza di speranza che si vede in giro, che fa riflettere anche sulle innumerevoli possibilità che qui, nonostante tutto, può avere anche la persona più povera. Ed intendo speranze di sopravvivere, non di diventare famoso in tv.

Perché consiglieresti di fare uno stage in Africa ?

Per avere una visione più ampia del mondo, per provare quella sensazione di totale smarrimento che ho provato una volta ritornato. Questo mi ha fatto mettere in discussione molte certezze. Certo, anche l’esperienza in Ambasciata è stata formativa, ma credo che il valore aggiunto, anche a livello curricolare lo dia il fatto che l’esperienza è stata fatta in un paese dove c’è bisogno di un forte spirito di adattamento non solo di abitudini di vita.

A chi fosse interessato a vivere un’esperienza come la tua, come sintetizzeresti i pro e i contri di un tirocinio in Africa ?

In Africa finalmente ho avuto riscontro di tutto ciò che avevo studiato, è come se tutto avesse preso concretezza, avevo lì l’antropologia, le relazioni internazionali, la cooperazione, e tutto era finalmente reale. Inoltre, l’Africa mi ha insegnato a ridimensionare le onnipotenze dell’uomo occidentale; mi ha insegnato la reale distanza degli spazi, mi hai insegnato che la morte non è un evento raro ma naturale, mi ha insegnato la fragilità delle cose ma allo stesso tempo un forte stimolo di vita. I contro vengono annullati dai pro, e sono sicuramente quelli dell’adattamento alla mancanza di diverse comodità.

Speri di ritornarci ?

Sono rimasto completamente catturato dall’Africa, vorrei ritornarci sia magari per questioni lavorative sia per semplice vacanza. Vorrei esplorare meglio i paesi dell’Africa orientale e meridionale, stando lì ho sentito parlarne molto e credo proprio che ne valga un viaggio.

Domenico Lanzara

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