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11 dicembre 2010

Jazz: intervista al musicista Dario Deidda

V.C.: Dario, tu hai una musicalità straordinaria corroborata probabilmente da un “orecchio relativo” incredibilmente sviluppato, tutto ciò incorniciato da una memoria musicale fuori dal comune.
E’ stata importante per la tua formazione musicale la tua famiglia?

Dario Deidda.: Penso che per qualsiasi musicista provenire da una famiglia di musicisti sia importante, ma potrebbe anche non esserlo. Ad esempio, io venendo da una famiglia di musicisti, non di estrazione classica, ho seguito direttamente la direzione del jazz, mentre per chi non ha avuto nessun tipo di indicazione musicale, potrebbe seguire altri generi.
Per me, tuttavia, è stato molto importante avere avuto un padre ed una madre musicisti, poiché sin da bambini, io e i miei fratelli ci siamo avvicinati alla musica con semplicità. Ci sono anche delle registrazioni, che magari un giorno tireremo fuori, di noi bambini che cantavamo accompagnati da mio padre al pianoforte.
Credo di aver ricevuto un’educazione musicale completa dai miei genitori che mi hanno trasmesso la serietà, il divertimento e le emozioni.
Inoltre, guardare mio padre chiudere gli occhi mentre ascoltava musica e quasi piangere per ciò che ascoltava, è stato per me un grande insegnamento.

Qual è stato il primo strumento che hai suonato?

Dario Deidda: Il primo strumento che ho suonato è stata la batteria ed avevo 6 anni. All’epoca non c’erano né Maestri, né scuole a Salerno, per cui mio padre acquistò due metodi per batteria e con lui ci avventurammo nel cercare di comprendere qualcosa della batteria e della impugnatura delle bacchette. E già a sette anni accompagnavo mio padre in casa.

E invece, in che modo e a che età, ti sei avvicinato al basso elettrico?

Dario Deidda: Era il 1979, avevo circa 10 anni e assistendo ad alcune prove di mio padre con il suo gruppo, notai il basso elettrico, questo strumento che era l’anima del gruppo, una specie di collante tra la batteria e gli strumenti armonici.
A casa avevamo anche un basso, ma non era molto semplice capirci qualcosa, ricordo che mio padre suonava l’organo ed io cominciai ad eseguire i bassi inginocchiato a terra. In seguito, ho iniziato a studiare seriamente il basso da Mario Ferrigno che è stato il maestro della prima scuola di musica a Salerno, la Polymusic, e in pochissimo tempo si intuì che avevo talento.

Com’è il rapporto con i tuoi fratelli musicisti?

Dario Deidda: Il mio percorso musicale, soprattutto da giovanissimo, l’ho compiuto con i miei fratelli. Tra noi c’era anche una sorta di competizione, soprattutto con Sandro, mentre con Alfonso di meno, perché è il più piccolo.
E poi c’era Mario, il primogenito, lui era considerato un po’ il ribelle della casa, in quanto era l’unico che seguiva generi musicali diversi.

Nella tua carriera vanti collaborazioni con molti artisti americani ed europei, chi ti ha lasciato un’impronta più profonda?

Dario Deidda: Umanamente e artisticamente, Carl Anderson, l’interprete di Giuda Iscariota in Jesus Christ Superstar, con il quale lavorai per un periodo e con il quale nacque un’amicizia. Carl era un’entusiasta della musica e della comunicazione, a volte cantava completamente senza accompagnamento e altre volte scendeva tra il pubblico. Era molto emozionante. Aveva una voce stupenda e gli spettatori commossi restavano incollati sulle sedie. Era un comunicatore d’arte nella musica e nella recitazione.

E quali sono i musicisti che ti hanno ispirato ed influenzato di più?

Dario Deidda: Il primo tra tutti è stato proprio mio padre. Da bassista, invece, sono molto legato a Jaco Pastorius di cui ho cercato di prendere gli insegnamenti, non tanto l’imitazione, ma il messaggio che voleva trasmettere e le probabili vie e gli studi che aveva seguito. Pastorius è stato, a sua volta, influenzato da John Coltrane, Charlie Parker e Jimi Hendrix e di conseguenza, anch’io ho subito le stesse influenze. Ho studiato la sua tecnica e la mia aspirazione è sempre stata di diventare grande quanto lui, ma non come lui.
Per cui i musicisti che mi hanno ispirato maggiormente sono stati John Coltrane, Charlie Parker, Jimi Hendrix, Bill Evans,The Beatles e tanti altri, tra gli italiani Enrico Pieranunzi e Massimo Urbani; insomma tutti quei musicisti che, secondo me, andrebbero ascoltati a prescindere da ciò che si decide di fare nella vita.

Com’è il panorama jazzistico italiano?

Dario Deidda: Questa non è una bella domanda perché egoisticamente, potrei anche parlarne bene dato che ci lavoro, ma per fortuna sono entrato a farne parte quando ancora era possibile farsi conoscere, tramite jam session, incontri e collaborazioni. Oggi, invece, il panorama jazzistico, ma non solo italiano penso mondiale, si basa solo sulla realizzazione di progetti, dischi, ricercare nomi, idee e formare ogni anno gruppi diversi. Se osserviamo i grandi che hanno fatto la storia della musica, possiamo constatare che raramente dovevano impegnarsi per cercare un’idea, l’idea c’era e basta. La creatività era maggiore. Oggi c’è più progettualità che creatività.

Qualche musicista italiano che apprezzi in particolare?

Dario Deidda: I musicisti italiani che apprezzo sono tutti coloro che riescono ad essere coerenti, ad esempio di Rosario Giuliani, anche se non sempre ha delle direzioni musicali vicine alle mie, apprezzo molto la sua costanza e che non si preoccupi dei progetti. Spesso, è costretto a cercare collaborazioni diverse, ma questa è una legge del mercato perché è molto difficile mantenere un gruppo insieme.
Ammiro anche Paolo Fresu che ha cercato di mantenere alcune cose immutate negli anni, come il suo quintetto composto sempre dagli stessi elementi che io già li ascoltai negli anni 80 e ancora oggi continuano a fare tournée insieme.

Dopo il successo del disco “3 from the ghetto”, stai lavorando ad un prossimo album?

Dario Deidda: Si, ci sto lavorando da qualche anno, ma ho anche scelto di lavorare in progetti di altri, talvolta in contesti pop, come ad esempio con Fiorella Mannoia. La mia è stata una decisione responsabile, ho preferito non proporre un disco ogni anno solo per fare concerti, ma di registrare il disco quando sarò del tutto pronto ed ispirato. Sono a buon punto, ho già molti brani inediti, ma ho difficoltà a scegliere perché mi appassionano troppe cose diverse. Adoro mischiare i generi, anche in 3 from the ghetto, molto apprezzato dalla critica, ho sperimentato la contaminazione: dal tango allo swing, dall’omaggio a pastorius al pezzo quasi pop di Julian Mazzariello ma purtroppo questa disomogeneità in Italia, in questo momento, non funziona.

Come insegnante cosa cerchi di trasmettere e che consigli daresti ad un giovane Jazzista?

Dario Deidda: La prima cosa che cerco di comunicare, come insegnante è che non devono imitarmi, ma eventualmente, devono imitare la serietà che credo di aver avuto e di avere tutt’ora nel dedicarmi alla musica. Credo che il percorso sia uguale per tutti i musicisti, se si è sensibili, si è soggetti ai cambiamenti e, secondo me, un musicista dovrebbe cambiare in continuazione. Cerco di far capire che devono ascoltare tutto, assimilare, non imitare e cercare la propria la strada.
Il consiglio che sento di dare ad un jazzista è quello di ascoltare con lo stesso piacere in cui ascolta il jazz altre forme musicali e cercare di provare lo stesso tipo di emozioni e saperne cogliere le sensazioni.

Quanto conta lo studio tecnico della musica e che tipo di lavoro deve fare, secondo te, un musicista per riuscire a rivelare la propria personalità?

Dario Deidda: Lo studio della tecnica della musica va sempre coltivato e migliorato e quando si scoprono delle lacune bisogna essere felici perché significa che ci sono ancora margini per migliorare.
Lo provo sulla mia pelle, più studi e meno sai, è davvero così.
Ciò che mi sento di consigliare, come aspetto tecnico, è di coltivare sempre il proprio orecchio musicale perché esso può essere migliorato. Far andare di pari passi quello che sanno fare le tue mani e quello che sa fare la tua testa, in questo caso l’orecchio lo collego alle note che si desidera che escano dallo strumento.
Inutile saper fare tanta tecnica, tante scale e tanti virtuosismi se questi non sono dettati da una forte personalità. La musica deve fuoriuscire da dentro e non dalle mani.

Da cosa prendi ispirazione?

Dario Deidda: Da ciò che sto vivendo e a secondo di ciò che sto vivendo, ascolto della musica, guardo un tipo di film o se ho del tempo leggo.
Quindi l’ispirazione dipende da ciò che vivo. Non c’è nulla di tangibile o di reale, nulla che si possa descrivere con le parole, non so, può essere un amore o un amore che finisce. L’ispirazione solo della musica non è sufficiente, credo sia così per qualsiasi artista.

Sei mai stato solleticato dall’idea di cimentarti in altri generi, come la classica o altro?

Dario Deidda: La musica classica l’ho studiata quando ero in conservatorio, per quanto io ami la classica, eseguirla è diverso ed io ho sentito l’esigenza di tirare fuori le mie note.

C’è ancora musica jazz da scrivere?

Dario Deidda: C’è musica da scrivere quando c’è l’ispirazione e la voglia di comunicare questa ispirazione, ma se c’è voglia di dimostrare di saper scrivere e di saper complicare la musica, allora non c’è più musica da scrivere.

La composizione jazz che avresti voluto scrivere?

Dario Deidda: Sophisticated Lady di Duke Ellington

Riesci sempre a trovare le motivazioni per salire sul palco, o come avviene a qualunque “lavoratore”, talvolta resteresti a casa?

Dario Deidda: Questo dipende molto da quello che si vive e dallo stato d’animo, personalmente mi è successo raramente, la motivazione e la voglia di stare sul palco per me non tramonta mai. Resterei a casa in situazioni musicali in cui non mi sento a mio agio e quindi in questo caso è solo lavoro, ma la voglia di salire sul palco e di comunicare con il pubblico è senza eccezioni, è una droga, la mia droga e poi vale sempre la pena salire sul palco.

Qual è il più bel complimento che hai ricevuto e da chi?

Dario Deidda: I complimenti più belli li ho ricevuti da Marcus Miller con il quale ho suonato in duo e in due occasioni diverse e da Victor Bailey il bassista che sostituì Jaco Pastorius nei Weather Report. Entrambi mi hanno scritto su myspace che facevo musica con il basso e non lo suonavo semplicemente.

Invece quale è stata la critica più severa?

Dario Deidda: Le critiche più severe sono quelle che mi faccio io, tutti i giorni, sono il più severo di tutti.

Quali sono le tue passioni parallele o i tuoi svaghi?

Dario Deidda: Uno dei miei svaghi è il calcio, sono un tifoso della Roma. Credo che il calcio abbia affinità con la musica, in altre parole io vedo una band come una piccola squadra di calcio, in cui ognuno ha dei ruoli importanti e ben precisi e qualche volta qualcuno si sgancia per creare delle sorprese, come accade negli assoli. Non è comunque una costante nella mia vita, ci sono periodi che non lo seguo e poi detesto il mondo che circonda il calcio e i calciatori.
Inoltre amo andare al cinema, leggere soprattutto le biografie e poi adoro la libertà della moto ma non intesa come corsa.

Quante ore al giorno dedichi alla musica e allo studio?

Dario Deidda: Se sono libero, alla musica, dedico quasi tutta la giornata e se non studio, ascolto musica o cerco video di musicisti sia storici sia di colleghi attuali. Ma allo studio, finché le mani reggono,dedico anche 5-6 ore al giorno, ma non me ne accorgo.

Il silenzio come espressione?

Dario Deidda: Il silenzio come intensità ed emozione.

La follia è la virtù dei geni?

Dario Deidda: Purtroppo si. Nel senso che questa follia può portare anche a fare del male oltre che del bene alla propria musica.

C’e’ qualcos’altro che vuoi condividere con il lettori di Controcampus?

Dario Deidda: Vorrei consigliare a tutti di seguire sempre le proprie passioni.
E poi vorrei lanciare uno slogan: più arte e meno computer, più emozioni verso ciò che gli altri tentano di fare e meno vita virtuale.

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