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23 luglio 2011

Ecco perché siamo in una crisi antropologica di Alessandro Bertirotti

Esiste una differenza fra morale ed etica, ma non ne parleremo in questa sede, anche perché ne abbiamo già diffusamente trattato altrove.

Quello che invece ci interessa affrontare qui è una riflessione sulla locuzione etica professionale, che assume un significato particolare, seppure comprenda elementi generali ed universali assimilabili al concetto di etica.

Con etica professionale ci vogliamo riferire ad una componente irrinunciabile delle professioni, proprio perché essa contribuisce a rafforzare il particolare contratto sociale che lega il professionista a tutti i suoi clienti.

In ogni relazione fra un cosiddetto esperto ed il cliente è presente uno squilibrio naturale, endogeno, a favore del professionista.

Questi detiene il potere, basandosi sulle competenze e sul prestigio connessi alla professione stessa e sulla consapevolezza che i clienti non hanno gli strumenti per valutare il servizio che lui stesso eroga. Si tratta di una vera e propria disuguaglianza antropologica, che si fonda sul divario esistente tra i tipi di conoscenze possedute dai due soggetti della relazione in atto e che si definisce asimmetria informativa.

Il cliente possiede un unico modo per riequilibrare la relazione sociale: una valutazione etica della relazione, grazie alla quale egli analizza e giudica il rapporto fiduciario con l’esperto. Infatti, si tratta di una relazione che implica una responsabilità fiduciaria che il professionista ha nei confronti del cliente, e che in un certo senso lo obbliga ad agire nell’interesse di quest’ultimo, secondo modalità approvate culturalmente.

Siamo così giunti ad una prima definizione di etica professionale, che è quel particolare insieme di norme codificate che impongono al professionista di utilizzare tutte le sue competenze specifiche nell’interesse del suo cliente, e di tutti i soggetti sociali che possono essere coinvolti dagli effetti dei servizi che il professionista eroga.

È chiaro che questa caratteristica è applicabile a tutte le relazioni umane, sia a quelle tra due individui singoli, tra due gruppi, sia quelle tra un gruppo e i singoli membri dello stesso gruppo o di un gruppo diverso. In breve, l’etica professionale riguarda tutte le forme di lavoro, nelle loro diverse organizzazioni sociali.

Avremo in questo modo un’etica professionale della politica, dell’imprenditoria, della sanità, dell’economia, dell’Università, e così via, perché tutti questi elementi sono parte di un sistema culturale allargato e condiviso da tutte le persone che vivono al suo interno.

Se tutto questo è vero, appare chiaramente come tutti i valori guida eticamente fondati di un gruppo e di una cultura rappresentino una fonte di legittimazione all’esterno e, all’interno, una fonte di identificazione per gli stessi soggetti di una qualsiasi impresa.

Cosa diventa dunque importante per una qualsiasi impresa, così come per ogni singolo individuo?

Diventa fondamentale costruirsi un’immagine forte, ossia basata sui tratti specifici della sua identità e sui suoi valori etici, distintivi da un lato e culturali, perché condivisibili, dall’altro. E sono proprio questi ultimi che attivano un sentimento di coappartenenza, anche quando non si fa parte dell’impresa stessa.

In sostanza, se io, singolo individuo, so che un’impresa che produce pomodori pelati segue principi etici che la rendono distintiva ed encomiabile, ne partecipo, come cliente, la visione etica della professione comprandone i prodotti e dicendo di essa ogni bene possibile. E se si tratta veramente di visione etica condivisibile, essa conduce a precise finalizzazioni che guidano ed ispirano le persone che fanno parte dell’impresa ed i clienti, rimanendo entrambi fedeli ai contenuti etici dell’impresa stessa.

Tutte le persone hanno, infatti, un bisogno insopprimibile di appartenere a qualcosa di cui essere orgogliosi; hanno bisogno di valori etici guida, e di uno scopo che dia valore al loro lavoro e alla loro vita.

Identità singolari e valori condivisi devono, però, trasparire in tutte le relazioni che l’impresa stabilisce con i suoi pubblici esterni, per massimizzare il valore e l’efficacia delle sue attività e iniziative.

Ecco perché per una qualsiasi impresa, persona, istituzione politica e classe dirigente, adottare comportamenti etici significa indirizzare il proprio modo di agire e di pensare verso la solidarietà, abbandonando il modello dominante di tipo contrattualistico, presente nelle relazioni esterne, e quello di tipo conflittualistico, tipico di quelle interne.

Ecco spiegato perché oggi siamo in crisi valoriale ed istituzionale: perché l’introduzione dell’etica in azienda (di qualsiasi tipo) comporta l’inserimento di alcuni valori importanti quali l’equità, la correttezza, la giustizia, la trasparenza e la lealtà nelle relazioni interne ed extraziendali.

Quando questo non avviene, e oggi ne abbiamo esempi quotidiani, sia in Italia che altrove nel mondo, i comportamenti scorretti possono generare costi elevati, e le persone che sono immorali si espongono a rischi esistenziali, finanziari e legali per salvare la loro reputazione.

Quindi il rispetto di standard etici socialmente riconosciuti genera le basi per costruire una buona reputazione e per creare prodotti e servizi di buona qualità.

Ecco perché oggi quasi tutto il mondo è in crisi aperta… una crisi etica che richiede un reset, e, prima o poi, secondo formule ancora poco conosciute o tradizionali, questo avverrà, per necessità evolutiva.

Alessandro Bertirotti

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