• Google+
  • Commenta
21 novembre 2012

Prospettive etno-antropologiche: il parere di Bojan Zikic

L’antropologia culturale contemporanea ha trovato terreno fertile nella ridefinizione sistematica dei fenomeni relativi agli spazi urbani – siano essi dei grandi conglomerati, oppure dei piccoli centri. Per lo sviluppo delle strutture sociali ed economiche che la riguardano, l’ex Jugoslavia si offre come punto di partenza per le ricerche etnografiche, in linea con le nuove prospettive disciplinari.

Ce lo spiega il Prof. Bojan Zikic del dipartimento di Antropologia ed Etnologia (Facoltà di Filosofia), dell’Università di Belgrado – Serbia.

Durante il nostro colloquio non ho potuto fare a meno di notare una rarissima delicatezza nelle sue risposte, tuttavia sempre argute e colme di entusiasmo.

Si avverte immediatamente quello slancio vitale tipico di chi, per molto tempo, ha visto il proprio paese straziato indebolirsi profondamente a causa dei conflitti – un trascorso storico il cui ricordo rimanda immediatamente agli ultimi decenni del Novecento, vissuto sotto il peso del cambiamento politico nel passaggio improvviso dalla dittatura di Tito allo sfaldamento delle regioni, così diverse, meravigliose, nelle quali, sotto il gonfalone del credo religioso, sono state mietute numerosissime vittime.

Oggi la Serbia sembrerebbe un piccolo stato sull’onda della rinascita economica.

Sono passati molti anni dalla fine dei conflitti, eppure la questione jugoslava, le sue condizioni, il benessere e il progresso – gli sviluppi socioeconomici riguardanti questa e tutte le altre regioni che costituivano uno stato eterogeneo –, non sembrano mai argomenti troppo trasparenti: al di là della linea Adriatica che ci separa dai Balcani, non abbiamo una visione limpida di un’area che forse appare ancora ai nostri occhi come il  teatro delle ceneri titoiste – ceneri dalle quali potrebbero nascere dei nuovi, freschissimi fiori.

L’Università di Belgrado appare, virtualmente, come un luogo tranquillo. A giudicare dai modi raffinati con cui si esprime il Prof. Zikic, non stento a credere che l’ateneo possa essere un posto davvero sereno in cui studiare e ricercare.

Nel suo saggio intitolato Escape from Ethnos, Tradition in Transition, and the Battle for Anthropology – Restructuring the Curriculum in Belgrade Academia (2008), si legge immediatamente: «il centenario degli studi etnologici ed antropologici all’Università di Belgrado è stato recensito e racconta la storia, le teorie e i metodi di ricerca etnologici e antropologici del dipartimento. Questo è stato possibile in quanto sono stati palesati gli ostacoli pubblici e accademici che hanno impedito lo sviluppo dell’antropologia in Serbia e la sua metamorfosi in scienza sociale».

Nel testo si forniscono delle riletture importanti dei concetti di “folklore”, di “autenticità” e di “comunità”, e vengono riportate delle considerazioni sui principi e le modalità di conservazione del materiale d’interesse etnografico.

Prof. Zikic, in che termini le istituzioni serbe tengono conto della ricerca sul campo?

«Le nostre ricerce includono il fieldwork tanto quanto la teoria e i media. Sfortunatamente nessuna di queste cose è supportata sufficientemente dalle istituzioni che detengono la responsabilità del loro funzionamento, ovvero il nostro Ministro della Scienza – che generalmente accumula titoli ogni qualvolta si riformula il governo – e il Ministro dell’Educazione.»

I finanziamenti sono troppo esigui?

«I ricercatori supportano i loro studi spesso autonomamente – lo stesso accade per quanto riguarda gli studenti. Abbiamo, è vero, un piccolo budget che ci consente di condurre la ricerca sul campo con la partecipazione degli studenti, ma si svolge una volta l’anno e per un lasso di tempo inferiore a una settimana: è decisamente troppo poco.»

La sua disciplina ha avuto tempi di concepimento e di istituzionalizzazione dei suoi risultati davvero diversi, da paese a paese.

«L’antropologia in Serbia, così come nell’ex Jugoslavia, è sorta dall’etnografia, per cui c’è una enorme tradizione di ricerca sul campo che ha percorso e continua a percorrere tutta l’area balcanica jugoslava, in lungo e in largo. Sono pochissimi i colleghi che si preoccupano di svolgere analisi al di fuori della nazione, soprattutto se vengono supportati dalle istituzioni serbe, croate o macedoni. Ci sono opportunità di ricerca sul campo per quanto riguarda i progetti regionali, solitamente finanziati attraverso degli accordi bilaterali tra le varie istituzioni – ma è davvero un discorso molto, molto più complesso di quanto si possa immaginare, soprattutto all’occhio esterno. In tutti i casi i lavori sul campo hanno iniziato il loro svolgimento ufficiale intorno agli anni Settanta, e spesso sono stati – e continuano ad essere – condotti nelle aree urbane e semi-urbane della Serba.»

Nel testo sopracitato, inoltre, sono spiegate con nitidezza le modalità con cui, soprattutto in quest’ultimo decennio, si è manifestata una corsa all’occidentalizzazione delle metodologie e dell’ordinamento sistematico delle discipline etno-antropologiche. In tutti i casi, dal saggio traspare, con un vigore a noi – ahimè – sconosciuto, un richiamo da parte degli accademici riguardo al fatto di considerare più o meno pericoloso l’offuscamento dei discorsi legati all’integrazione –  nei Balcani così come nel mediterraneo orientale e nell’Europa continentale – e all’ «intra-culturalismo» – come lo definisce Zikic.

Google+
© Riproduzione Riservata