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18 luglio 2011

Leoni e Squali: L’Olocausto dei Predatori

Il progresso è il leitmotiv dell’evoluzione umana, ipostasi di una conoscenza tecnico-scientifica in perenne trasformazione. Il suo fulcro nevralgico risiede in un istinto di sopravvivenza che tarda a lenire, rigenerandosi sotto l’egida di una secolarizzazione ora eterea, ora materialistica.

Al di la degli effetti benevoli e funzionali alla logica del benessere, il progresso fa da cartina al tornasole dei limiti e delle nefaste idiosincrasie di una cultura fervida e genuflessa al potere economico. Insomma, l’altra faccia della medaglia offre uno scorcio su di un mondo bello e tecnologico, ma penosamente autolesionista e rigidamente umano, troppo umano.

Il mondo è un coacervo di specie che merita di essere preservato da contegni deleteri ed ideologie iperumane. L’uomo è indubbiamente all’apice della catena alimentare; un essere che deve gran parte della sua evoluzione alle dita prensili ( capacità di opporre il pollice al resto della mano) ed alla capacità di discernimento.

Tuttavia, sulla superficie terrestre esistono specie animali e vegetali che devono essere tutelate anche grazie alle conoscenze scientifiche umane. Tutti siamo a conoscenza della precarietà del nostro ecosistema e del potere autodistruttivo dell’uomo. Pochi sanno davvero porvi rimedio. “Il peggior nemico dell’uomo è l’uomo stesso” avvertiva Cicerone.

In realtà, coloro i quali credono nella scienza e nel progresso sono consapevoli che la miglior cura contro il malessere crepuscolare della nostra civiltà, è lo sviluppo sostenibile. La visione esistenzialistica del mondo deve essere proiettata sotto la coltre protettiva della sostenibilità ambientale.

La trasfigurazione delle bellezze naturali all’insegna di una filosofia che pone al centro del mondo l’uomo e l’edonismo sfrenato e vituperante, non sono altro che la rappresentazione di un’epoca decadente e reietta. Il progresso è evidentemente necessario.

Lo sfarzo e l’eccesso di zelo non sono necessari né sufficienti a garantire un futuro prospero ed avulso da conflitti. “La volontà non può dar la pace”, asseriva Goethe. Non credo si possa prescindere da limiti e correttivi idonei ad opporre resistenza a tale potere, allo stesso tempo, creativo e distruttivo; dunque, credo sia necessaria una filosofia globale che ponga all’apice della piramide l’esigenza di tutela e rispetto del paradiso terrestre.

In tal modo l’imperativo categorico non può che essere il seguente: progredire in maniera direttamente proporzionale ad uno sviluppo sostenibile che preservi la terra e l’uomo dall’autolesionismo. Circa due mesi fa l’Unione Europea lanciava un triste allarme: quasi il 25% delle specie animali a noi note potrebbe scomparire per sempre;

di li a poco l’intera popolazione comunitaria ebbe a sottoscrivere un accordo con il quale si impegnava a portare a termine sei obiettivi entro il 2020 il cui fine andava ricercato, ovviamente, nella tutela delle specie e degli ecosistemi.

Uno studio condotto da scienziati ed esperti internazionali dell’Università della California a Santa Cruz, ha chiarito l’entità dello scempio ambientale. I grandi predatori del pianeta, intere popolazioni di leoni, lupi, squali e leopardi sono in balia di un preoccupante vortice: la sesta estinzione di massa nella storia della Terra.

I ricercatori hanno analizzato la documentazione più recente sugli ecosistemi rintracciando, nel declino dei predatori, conseguenze a dir poco agghiaccianti per gli habitat esistenti. Secondo lo studio, le cause della transizione biotica risiedono nella caccia e nella frammentazione degli habitat.

L’effetto boomerang innescato dall’uomo è conseguenza logicamente prevedibile dell’edonismo sregolato ed allo stesso tempo, causa di risvolti deleteri per l’intero ecosistema. In alcune zone dell’Africa le decimazioni di leoni e leopardi hanno fatto sì che i babbuini proliferassero a dismisura, aumentando i contatti con la popolazione e causando un aumento di malattie infettive.

Inoltre, stando sempre ai dati forniti dai ricercatori, lo sterminio dei lupi dal parco nazionale di Yellowstone ha contribuito alla crescita incontrollata delle alci, che hanno dissipato intere piantagioni di pioppi e salici. Che dire degli oceani, dove la caccia allo squalo ha generato una neo razza che, nutrendosi prevalentemente di crostacei ne sta paventando la distruzione.

“Si tratta del più profondo impatto dell’uomo sulla natura. – afferma Jim Estes dell’Università della CaliforniaLa decimazione dei predatori rischia di generare l’aumento delle specie invasive, e la diffusione di malattie infettive. L’equilibrio biologico appare messo a repentaglio dalla crescita degli erbivori che in assenza di predatori, tendono a nutrirsi a dismisura indebolendo profondamente il polmone verde terrestre.

Così i cambiamenti nel suolo, nella qualità dell’acqua, nell’atmosfera e nella vegetazione danno luogo all’aumento di anidride carbonica. Lo studio indica che per risanare gli ecosistemi si devono reintrodurre su larga scala i grandi predatori; gli effetti della loro presenza sono fondamentali”.

Antonio Migliorino

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