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28 dicembre 2011

Accademia dell’Arcadia

L’Arcadia: caratteri, autori, stile, temi

Caratteri
Nata alla fine del Seicento, venne fondata a Roma da un gruppo di quattordici intellettuali e scrittori, appartenenti al circolo letterario della regina Cristina di Svezia, un’accademia letteraria in polemica con il “cattivo gusto” e gli eccessi del barocco. Questa si impose un codice rigido, dichiarando fedeltà assoluta alla tradizione bucolica. Il nome prescelto, evocato nel famoso romanzo di Sannazzaro, rinvia alla mitica regione greca, abitata da poeti pastori. L’abitudine seicentesca del “travestimento” degli intellettuali, fa sì che ciascun socio assuma uno pseudonimo derivante dalla letteratura bucolica greco-latina (acquisendo così un carattere estremamente fittizio). Questa ha come insegna il flauto di Pan, coronato di alloro e pino, per protettore Gesù Bambino, poiché, secondo la tradizione, i pastori furono i primi ad adorarlo e per patrona la regina Cristina di Svezia. Tutto ciò indica una volontà di separatezza ed autonomia di questi letterati, accentuata dall’importanza attribuita alla creazione di un’organizzazione di poeti “autonoma”, che li sottragga ai circuiti di corte e che permetta la creazione di un ceto individuale. La stesura delle leggi dell’accademia venne affidata a Gravina, che le scrisse in latino e le espose. All’interno di questa accademia si possono individuare due tendenze: quella di Gravina, sostenitore di una poesia modellata dalla grandezza morale e civile di Omero e di Dante e quella di Crescimbeni, sostenitore di un linguaggio semplice e chiaro legato alla tradizione italiana e di un’organizzazione fortemente centralizzata secondo lo schema di un potere autoritario e gerarchico che imitava quello della curia romana (tendenza filo ecclesiastica). Gravina successivamente lasciò l’accademia per fondarne un’altra, prevalse la tendenza di Crescimbeni.
L’Accademia regolò in modo organico l’orientamento verso la poesia bucolica promosso da Sannazzaro, la cui prima significativa manifestazione si ebbe sul finire del Cinquecento (con l’ “Aminta” di Tasso). La finzione bucolica, già tradotta in forma concreta nei teatri, venne rivissuta con tanta forza dagli arcadi che essa divenne realtà quotidiana attraverso i nomi, gli abiti e gli atteggiamenti pastorali. L’accademia rappresentò fin dal primo momento un potente strumento di unificazione culturale italiana: essa assorbì le accademie preesistenti e le sostituì con una sola, che si diffuse su tutto il territorio nazionale attraverso le cosiddette “colonie”, favorendo così anche la circolazione delle idee in Italia. Questa compì una capillare organizzazione della cultura poiché raggiunse anche zone sempre rimaste ai margini, o perfino escluse, dal dibattito intellettuale. Questa coordinava il movimento antibarocco e sintetizzava in modo uniforme le diverse esigenze di novità sempre più sentite e diffuse in Italia. Il primo obiettivo fu quello di gettare le fondamenta di una poetica basata sulla spontaneità dell’ispirazione e capace di esprimere in modo conciso la naturalezza dei sentimenti. Gli arcadi riconoscono il carattere fantastico della poesia ma sentono l’esigenza di mediarlo attraverso gli strumenti della razionalità (“il sogno fatto alla presenza della ragione” di Ceva).

Autori

Tra i fondatori dell’accademia i più importanti e coloro che daranno un contributo essenziale alla regolamentazione ed allo sviluppo di questa sono Gravina, Zappi e Crescimbeni. Successivamente entreranno a farne parte personaggi come Muratori e Vico.
Stile
Alla magniloquenza barocca, l’Arcadia contrappone modi espressivi limpidi e scorrevoli, che valorizzavano la chiarezza del lessico e della sintassi, dando eleganza ai versi. La misura e l’eleganza rispecchiano lo sforzo di ricercare l’ordine in-tellettuale attraverso un’operazione formale che esprima valori di equilibrio, chiarezza dei temi e gradevolezza del rit-mo. A favorire questo fenomeno contribuì la creazione di una comune e convenzionale “grammatica poetica” minima, che offrì una lingua poetica ripulita e neutra, resa funzionale alle esigenze della comunicazione. Il programma arcadico ebbe alla base la contrapposizione tra l’utilità e il piacevole: per gli arcadi la poesia doveva essere uno strumento piacevole che avesse però il vero come oggetto e scopo.

TemiIl tema prediletto fu quello pastorale: nel mondo pastorale degli arcadi si proiettava il vagheggiamento di un paese di sogno, isolato dalla realtà storica, un mondo di semplicità naturale. Il mondo dei sentimenti non viene negato, ma viene affermata l’esigenza di sottoporli al controllo razionale attraverso la letteratura. Una prima fase della produzione lirica si pose all’insegna dell’imitazione petrarchesca, con predilezione per il sonetto. Il petrarchismo arcadiano privilegiò tra i sentimenti quelli più comuni, quelli medi, al fine di attenersi rigorosamente al vero e verisimile, con intento moralistico (devono essere espressi solo sentimenti sani in modo che la poesia possa raggiungere il fine dell’utilità morale). La poesia è vista come attività sociale e si ha, quindi, una produzione poetica abbondante, d’occasione. Si giunge ad avere non più una creazione, ma una ricomposizione del già noto e già detto. Questo porterà questa poesia ad essere povera di spunti vivi.

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