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29 marzo 2012

Io, studentessa anoressica. La mia storia

Anoressia e Giovani

La storia di Giulia, studentessa Anoressica raccontata da Controcampus, la storia di una studentessa nutrita di tanto coraggio

Io, studentessa anoressica

Io, studentessa anoressica

Più volte si parla delle difficoltà in cui ci si può imbattere intraprendendo un percorso di studi universitario e delle problematiche “diversamente” importanti, a cui un giovane dovrà far fronte dopo aver scelto di proseguire gli studi per conseguire la “non più famosa” laurea (ma ugualmente tanto sognata da mamma e papà!).

In primis la complessità della fase di esordio e  di “rottura del ghiaccio” con la realtà accademica tutta, totalmente diversa dai luoghi e dai percorsi di studi fatti in precedenza.

A seguire l’impatto con i nuovi metodi e tempi di studio, senza le fatidiche interrogazioni a sorpresa, la lezione di educazione fisica, il marinare la scuola perché si è impreparati e, infine, anche il caffè preso con i bidelli dopo aver superato in corner un’interrogazione. L’università è chiaramente diversa. Ben presto, infatti, ci si ritrova catapultati in un vorticoso susseguirsi di corsi, di appelli e di esami…e il tutto rischia, spesso, di diventare un incalzare costante di ansie da prestazione, di stress, di tensioni e di tutte le innumerevoli, e più o meno banali, problematiche da tipica “sindrome dello studente”.

Per quanto ne possano dire  e raccontare “i grandi”, che vivono ormai da anni nel circolo vizioso e virtuoso del mondo del lavoro, la vita dello studente universitario non è sempre una vita facile, soprattutto quando alla già significativa fase di trapasso dal liceo all’università, si va ad aggiungere anche  un trasferimento  da fare per studiare fuori sede.  Un vero e proprio stravolgimento della propria vita, oserei dire. Tanti, spesso troppi cambiamenti si realizzano nel giro di soli pochi mesi, forse settimane e, non è detto, che gli stessi si rivelino sempre “premianti” o che giovino effettivamente al percorso universitario (soprattutto per chi non è stato mai particolarmente aperto “alle novità”).

E se a tutto ciò, se a questa fase di trapasso, al lasciare la propria città, se allo stress da vita da studente si giungesse già con un proprio e personalissimo bagaglio sulle spalle, con una vera e propria zavorra che già da un “pezzo” caratterizza e condiziona la propria vita?

Oggi Controcampus vuol raccontarvi una storia, la dolce storia di un’amica, la storia di una ragazza e anoressica. Per ovvi motivi di privacy, la chiameremo semplicemente Giulia. Chi è Giulia? Giulia è una giovanissima studentessa anoressica di Reggio Calabria, città che ha lasciato da meno di un anno, dopo una parentesi in adolescenza a Como, per studiare Ingegneria Chimica presso il Politecnico di Milano. Ha solo diciannove anni e da ben sei, purtroppo, soffre di disturbi dell’alimentazione: dapprima bulimica e ignara del suo stato, oggi anoressica e consapevole di avere un problema da affrontare assolutamente e di cui, oggi, però, sa anche di poter parlare, tanto da voler raccontare, attraverso la “penna” di Controcampus, la sua storia. Una schietta testimonianza per sensibilizzare ancora sull’argomento e per aiutare chi, come Giulia, sta combattendo duramente contro questa patologia.

La storia di Giulia studentessa anoressica

Giulia, quando hai iniziato ad accusare i primi sintomi del tuo “problema” e scoprire di essere anoressica? Ma, soprattutto, quando hai finalmente raggiunto quel livello di consapevolezza tale da renderti conto che il tuo “non aver fame” fosse patologico?

“Tutto è iniziato per gioco. Mi sono guardata allo specchio e non mi piacevo più, dovevo fare qualcosa. E quello che chiamavo gioco è presto diventato qualcosa di serio. Dopo pochi mesi di bulimia mi sono resa conto che non riuscivo a “smettere”. Lì ho capito di avere un problema. Ma la consapevolezza si costruisce giorno per giorno, dopo 6 anni non mi ritengo ancora pienamente consapevole.”

Sei stata tu a renderti conto che c’era qualcosa che non “andava” nel tuo rapporto con il cibo o qualcun altro ti ha fatto notare la “stranezza” del tuo comportamento alimentare?

“Me ne sono resa conto da sola. Ricordo ancora che feci delle ricerche on-line per capire cosa mi stesse accadendo… I miei genitori se sono accorti quando ero nella fase anoressica (dopo un anno di bulimia) perché ovviamente avevo perso parecchio peso e non mangiavo più niente.”

Ad oggi, quindi, quanti anni sono che sei anoressica?

“Ormai sono passati 6 anni…”

Sei stata in cura presso centri di recupero per disturbi alimentari, sei andata in terapia o hai scelto la strada della gestione e risoluzione autonoma del problema?

“Diciamo che sia io che i miei genitori le abbiamo provate un po’ tutte. Sono stata ricoverata parecchie volte in ospedale, non ne ricordo nemmeno il numero. Quattro anni fa sono stata nel centro di Todi, Palazzo Francisci. Oltre i ricoveri,  sono stata seguita da psicologi e psichiatri privati… Ho anche assunto antidepressivi e ansiolitici in un certo periodo.”

Ti sei da non molto trasferita a Milano, in una realtà tanto diversa da quella in cui eri vissuta, dove è lampante l’esistenza di uno stile di vita “tipico” e dove i ritmi sono “alti”. Un posto nuovo, con gente nuova soprattutto: questo è stato significativo rispetto al tuo problema? Hai tratto beneficio da questo trasferimento per studio o è stato come peggiorare la situazione?

“Penso sia il caso di valutare sia i pro che i contro di questa esperienza. Sicuramente in questi mesi a Milano ho acquisito una consapevolezza maggiore del mio “problema” e ho capito che devo iniziare a prendermi cura di me stessa prima di poter andare avanti nella vita. Mi sono resa conto che l’università non accetta le perdite di tempo e concentrazione causate dalla malattia. Però devo dire che i ritmi di vita frenetici che conduco mi causano molta ansia, e l’ansia è il nemico più grande da combattere.”

L’università e lo studio, nel bene o nel male, pensi abbiamo inciso in qualche misura rispetto al peggioramento/miglioramento del tuo stato di salute e/o psicologico?

“Sono stati molti incisivi. Sono sempre stata molto brava a scuola e vedermi “incapace” di sostenere il mio percorso universitario mi ha demoralizzata moltissimo e ha fatto sicuramente peggiorare il tutto. Sono arrivata a “scappare” a casa da mia mamma per un mese perché sentivo troppa pressione ed ero entrata in crisi.”

I tuoi colleghi/e universitari, sanno o si sono accorti del tuo rapporto poco “sereno” col cibo e del tuo essere anoressica?

“Questo non saprei dirlo. Però immagino che vedendomi saltare sempre il pranzo abbiamo intuito qualcosa.”

Hai trovato in loro aiuto, strumenti o mezzi di conforto e a cui aggrapparti per “uscirne fuori” o per fronteggiare il problema di essere anoressica?

“In un primo momento sicuramente sì. Però poi sono crollata e quando succede non permetto a nessuno di avvicinarsi o di darmi una mano, spesso non lo permetto nemmeno alla mia famiglia.”

Dal tuo punto di vista, pensi che i disturbi alimentari, e l’essere anoressica, abbia un grave impatto sulle relazioni amicali, sentimentali e di colleganza che si vivono?

“Ha un pessimo impatto su ogni tipo di relazione interpersonale e io stessa l’ho potuto verificare. Molti dei miei modi di fare dipendono dal disturbo e sono sicuramente fastidiosi e impossibili da capire per chi non lo vive o non lo ha mai vissuto. Mi sento un’”estranea” tra i miei coetanei, a volte non riesco nemmeno a stare in mezzo alle persone perché le paranoie, le ossessioni e i pensieri negativi mi schiacciano.”

Ovvio che il tuo apporto calorico/energetico quotidiano è estremamente ridotto. Mi viene spontaneo chiederti, cos’è che, oggi, per davvero ti da’ “forza” e ed “energie” per arrivare a fine giornata e per far fronte alle difficoltà che possono emergere vivendo in un’altra città e da sola? C’è qualcosa o qualcuno che oggi rappresenta il tuo supporto e la tua ancora e che ti sta direttamente o indirettamente aiutando a vivere al meglio questa esperienza milanese… nonostante tutto?

“Convivo con la mia alimentazione poco sana da molto tempo e nemmeno io so come vado avanti. Probabilmente compensando la restrizione con gli episodi bulimici non perdo molto peso e riesco ad avere un minimo di energia. E l’esperienza milanese la vivo così, non ho trovato ancora nessun tipo di supporto.”

Come te ci sono tanti giovani studenti universitari, soprattutto studentesse, che vivono le tue stesse difficoltà a causa di problemi di anoressia o di bulimia. Se potessi parlare ai tanti che non vogliono accettare di avere un disagio come quello di essere anoressica e/o che soprattutto rifiutano la sola idea di dover essere aiutati e supportati per uscirne, cosa diresti? Quale consiglio daresti loro?

“Gli consiglieri di smettere di scappare e affrontare il loro problema perché è una vera e propria malattia e può portare alla morte. Sfogare il proprio dolore sul cibo e pressoché inutile, in questo modo non si affrontano le situazioni ma si evitano, e a lungo andare ci si trova con una “valigia” piena di rabbia, lacrime e paure non affrontate, che diventa sempre più pesante. La strada per la guarigione non è breve, ma questo non deve spaventare…nessuno può affrontarla da solo e da solo non ne può uscire (se non con una grandissima forza di volontà). Si DEVE guarire da questo male perché rende impossibile costruire il proprio futuro. Io ho già buttato gli anni del liceo stando in vari letti d’ospedale e scappando da una città all’altra nell’illusione che cambiando il luogo sarei cambiata io. NON E’ COSI’.  E soprattutto ho perso  gli ultimi anni di vita di mio padre in questo modo e me lo perdonerò mai.  Per questo oggi sto ancora lottando, perché mi rendo perfettamente conto che coltivare (e con quanta cura!) dentro di sé qualcosa di così dannoso non può essere un bene. In nessun caso.”

Una storia difficile, dura, complessa quella che ci ha appena raccontato Giulia studentessa anoressica. Una situazione non semplice da gestire, un problema oltremodo  duro da affrontare per una diciannovenne domiciliata in una città distante oltre mille chilometri dal suo mondo… sotto tutti i punti di vista. Raccontarsi non è mai facile, parlare di un problema anche meno, dichiarare ammettendo a sé stessi e agli altri di essere anoressici, ancor di più. Ma raccontarsi rappresenta anche un enorme passo avanti, un piccolo gradino verso l’uscita dal tunnel, un seppur minimo, ma importante avanzare verso la via della consapevolezza.

Tieni duro Giulia, sei già a metà dell’opera… In bocca al lupo da tutta la redazione di Controcampus.

Pasqualina Scalea

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