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3 marzo 2012

A prova di disabilità il test d’accesso all’Università La Sapienza di Roma

Diversa-mente Chimica
A prova di disabilità

A prova di disabilità

A prova di disabilità il test d’accesso all’Università La Sapienza di Roma.

Il che suona ineluttabilmente triste, avvilente, specie in un paese, come il nostro, che ama definirsi civile e che invece, continua a ciondolare, come un ubriaco, tra luci (poche) ed ombre (molte).

Civile sì, ma forse non abbastanza se le leggi, per prime, non sono riuscite finora a produrre un’integrazione “di fatto”, capace di andare oltre le carte, oltre le chiacchiere melense di benpensanti e arringatori di circostanza, oltre i soliti, deprimenti “vorrei ma non posso”. Qualcuno di voi ricorderà senza’altro la legge 517 del 1977 sull’integrazione degli alunni disabili nelle classi comuni della scuola dell’obbligo. Provvedimento che integra e modifica la legge 104 del 1992, la celebre “Legge quadro per l’assistenza, l’integrazione e l’inserimento dei disabili nel mondo del lavoro”.

La domanda, senza girarci troppo attorno, è questa: cos’è cambiato in Italia in questi ultimi 35 anni? Ma soprattutto siamo sicuri che qualcosa si sia effettivamente mosso nel frattempo?

Soffermiamoci sulla 517. Una legge storica, che ha segnato una svolta decisiva nei rapporti tra legge italiana e disabilità.

Si tratta, in breve, del noto decreto nel quale, per la prima volta nel nostro Paese, veniva fatto obbligo a scuole ed università di attivare, in favore dei soggetti disabili, servizi di tutorato specializzato attraverso la somministrazione di sussidi tecnici e didattici e l’impiego di mezzi tecnici specifici.

Scuole ed università, in altre parole, venivano chiamate a selezionare personale docente opportunamente formato, cui delegare compiti di coordinamento, monitoraggio e supporto a tutte quelle iniziative ritenute utili ai fini di un’integrazione che fosse la più responsabile ed armonica possibile.

Nel caso degli atenei, queste nuove figure professionali si sono costituite nella nota Conferenza Nazionale dei Delegati dei Rettori delle Università italiane (CNUDD), riconosciuta dal 2001 quale organo ufficiale per coordinare gli interventi programmati in favore degli studenti disabili di tutta Italia.

Molte le università che si sono distinte per la lungimiranza e la tempestività con cui hanno risposto al provvedimento. Sia al Nord (Modena e Reggio Emilia in testa) che al Sud (Lecce).

L’Università dell’Insubria, ad esempio, è stata tra le prime ad adottare la Carta dei Servizi del Servizio Studenti Disabili, firmando, inoltre, insieme a comune di Verona, strutture sanitarie e scuole, un documento avente come finalità fondamentale la significativa semplificazione della modulistica prevista per l’accesso ai servizi.

Passando per Sassari, dove l’università ha introdotto un servizio di testi digitalizzati riservati a studenti non vedenti, ipovedenti e affetti da disturbi specifici dell’apprendimento (DSA).

Testimonianze che ci dimostrano, laddove ce ne fosse ancora bisogno, che un impegno serio e responsabile può davvero cambiare le carte in tavola, aprendo la strada ad una “evoluzione sociale” che cancelli una volta per tutte quell’odiosa sensazione, sempre più diffusa tra i nostri fratelli disabili, di essere trattati come cittadini di serie B, di non essere tutelati abbastanza o, peggio ancora, di essere “consapevolmente” dimenticati.

Ma le prove di civiltà, per quanto doverose prima ancora che nobili, non sono mai abbastanza.

La marginalizzazione, infatti, è e rimane una piaga difficile da curare. Complice un vuoto morale che, mai come oggi, ci attraversa da parte a parte come un buco nero di cui si ignorano le profondità. Indifferenza ed egoismo fanno il resto.

A prova di disabilità il test d’accesso all’Università La Sapienza di Roma

È il caso, ad esempio, di uno studente dislessico che è stato prima bocciato ai test d’accesso alla facoltà di Medicina e Chirurgia de La Sapienza (Roma) salvo poi essere ufficialmente ammesso dopo che il TAR aveva accolto il ricorso presentato dall’Unione degli Universitari (UdU) .

Una sentenza che lascia davvero poco all’immaginazione: “Rispetto agli altri candidati, al ricorrente affetto da dislessia, non appaiono essere state offerte in sede di svolgimento delle prove a test, le condizioni e gli strumenti appropriati al suo particolare stato”.

Il candidato, come da prassi, aveva fatto pervenire allo sportello Disabili della Sapienza l’apposita domanda nella quale chiedeva di poter beneficiare delle misure sancite dalle legge 170 del 2010.

Tradotto: 36 minuti in più per rispondere al quiz, a prova di disabilità!

Quiz che, però, (lamenta il giovane) non si sarebbe svolto secondo le condizioni previste dalla legge. Il giovane, appresa la bocciatura, ha subito chiesto al Rettore, Luigi Frati, di ripetere la prova in condizioni finalmente “legali”. Richiesta che è stata subito rispedita al mittente, e senza troppi complimenti.

Duro il commento di Michele Orezzi, coordinatore nazionale dell’Udu: ”Di fronte a diverse sentenze e ordinanze del Tar e del Consiglio di Stato l’ateneo persevera nel suo comportamento illegittimo, discriminando gli studenti colpiti da limitazioni psicofisiche, noncurante dei principi costituzionali e violando il loro diritto allo studio” , ricordando come l’ateneo romano non sia nuovo a questo genere di episodi (lo stesso disagio era stato denunciato, qualche tempo prima, già da un altro portatore di handicap, una ragazza cieca che aveva prontamente segnalato l’assenza di ogni garanzia di equità nello svolgimento della prova).

Come detto, però, l’università non ha voluto sentire ragioni.

“Fino all’ultimo abbiamo cercato di evitare il contenzioso con La Sapienza, ma di fronte a un diniego del genere, peraltro basato su motivazioni formali, non abbiamo potuto far altro che far valere in sede giudiziaria le ragioni dello studente disabile”, ha aggiunto un amareggiato Orezzi, cui fa eco la dichiarazione del diretto interessato: “Noi dislessici siamo tenuti in scarsa considerazione proprio dalle istituzioni che dovrebbero tutelarci anche grazie alle leggi che specificano le nostre necessità”.

Un episodio che non fa certo morale a prova di disabilità, ma che, anzi, contribuisce alzare una cortina discriminatoria sempre più spessa nei rapporti tra normodotati e portatori di handicap.

Come sempre accade, le leggi da sole stanno a zero. Una legge si rispetta oppure no. Si comprende oppure no.

Ciò che vorrei fosse chiaro è che siamo noi a dover fare la “differenza“. Chiudere gli occhi serve solo a peggiorare le cose.

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