• Google+
  • Commenta
7 marzo 2012

Un’odalisca come repellente contro adulterio, divorzio e nubilato.

In un momento di progresso politico e sociale (quale quello in cui viviamo totalmente e quotidianamente immersi), pare (cosa che ha il sapore del paradosso) una grande idiozia lo stesso concetto di progresso inteso come sviluppo, miglioramento ed evoluzione di un sistema retrogrado e a tratti alquanto meschino che poco si presta alla volontà di liberarsi da concetti e considerazioni distortamente tradizionaliste.

Il sospiro di arrendevole rinuncia viene da molto lontano; precisamente dalla Tunisia. Risale a poche ore fa infatti, la notizia che Bahri Jlassi, presidente del Partito per l’apertura e la fedeltà, abbia chiesto ai Padri costituenti  che nella Charta della Tunisia, sia riconosciuto agli uomini di avere (oltre alla moglie legittima) un’odalisca (o jarya letteralmente “schiava vergine dell’harem”). A suo modo di vedere, il provvedimento si mostra come un’ottima scelta contro adulterio, divorzio e nubilato. A rigor di logica, se ad ogni uomo venisse concesso uno “spassoso” ma allo stesso tempo “legale” diversivo alla moglie dichiarata, si evaderebbero i fenomeni immorali appena citati.

La questione appare chiaramente come un terribile passo indietro in fatto di considerazione sociale ai danni della donna ed esclude ogni tangibile e sana apertura al progresso. Una tale e deprimente proposta , ha tutti gli aspetti di qualcosa che violi i diritti di ciascun individuo in quanto nessuno merita di essere uno schiavo anche se definito “legale” a vantaggio di un altro individuo. Al di là del fatto che l’oggetto in questione sia il genere femminile (perché è in termini di merce che è stata avanzata la proposta) è impensabile di approvare un’idea di legge che, legalizzando un’odalisca nel proprio harem, questa abbia la funzione di scacciare (quasi fosse un repellente) l’adulterio, il divorzio o il nubilato.

Fortunatamente il presidente del Partito per l’apertura e la fedeltà, (incarico tra l’altro ironico data la situazione), rappresenta la voce di una parte della Tunisia. Egli infatti, pare l’unico ad occuparsi di questioni che hanno poco a che fare con il futuro del paese, cosa alla quale da mesi stanno discutendo i membri dell’Assemblea costituente tunisina.

L’idea di progresso ovviamente, entra come un costante bisogno di crescita nella vita di una persona, anche in base al contesto culturale in cui è cresciuta. Ciò significa che se proprio in Tunisia è stata avanzata una proposta del genere non c è da stupirsi. Nonostante il processo di emancipazione femminile avviato sia dal Presidente Bourguiba che da Ben Alì, si nota tuttavia la divisione di un Paese tra ciò che teoricamente si cerca di ottenere e ciò che praticamente si è ottenuto.

Inoltre bisogna aggiungere che l’esempio della Tunisia mostra come da una parte si respiri aria di cambiamento (tra tutti i paesi arabo-musulmani infatti sembra la più disposta a cambiamenti culturali), dall’altra purtroppo dimostra come si torni instancabilmente a legarsi a retrogradi e maschilisti dettami religiosi che con ogni mezzo impediscono qualsiasi rivalutazione della condizione femminile.

Se nella Charta della Tunisia, l’idea del Presidente Bahri Jlassi trovi o no posto, sarò oggetto di lunghe disquisizioni in merito. La speranza si schiera dalla parte della libertà individuale e contro ogni forma di insensata discriminazione.

 

Google+
© Riproduzione Riservata