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16 Marzo 2012

Valutare l’Università: occhio alla discriminazione!

Tutti i giorni in Italia politici, economisti, accademici, giuristi, politologi, sondaggisti, sociologi (chi vi pare) si svegliano e sanno che dovranno fare il consueto punto sulle sventure dell’università italiana: come si valuta e come non si valuta, cosa va e cosa non va, cos’è giusto e cosa non lo è.

Tutti i giorni, sempre in Italia, uno studente si sveglia e sa che dovrà mangiarsi il fegato, anche stavolta.

Ma torniamo ai grandi mali dell’università all’italiana.

Tutti ne parlano, tutti puntano il dito, tutti s’indignano, tutti ipotizzano scenari, soluzioni, terapie, vie d’uscita.

Il risultato? Un crescendo rossiniano di voci, pareri, opinioni di ogni risma,  in cui la verità si mescola alle peggiori fregnacce.

Tradotto: strumentalizzazioni e travisamenti. Facili e prevedibili alcuni, decisamente più sottili e subdoli altri.

Qui, come sempre, è la comunicazione a fare la differenza.

Parliamo di università? Bene. “Ci si spalma sopra un bel giretto di parole vuote ma doppiate” (meritocrazia, rilancio, futuro, ricerca) e il gioco è fatto! Un gioco da ragazzi!

Ognuno sceglie il “suo” parametro di riferimento, fa la “sua” bella statistica, nomina i “suoi” esperti e dimostra quello che gli pare. Semplice. E tu lì che non sai che pesci pigliare.

La domanda, insomma, è: questo proliferare di valutazioni serve a qualcosa? Non esiste già un riferimento unico?

E in effetti il riferimento unico esiste e si chiama ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca), ente pubblico (vigilato dal MIUR) incaricato di compilare la “Valutazione della Qualità della Ricerca per gli anni 2004-2010 (VQR 2004-2010)”.

Senza dimenticare il CIVR (Comitato di Indirizzo per la Valutazione della Ricerca),  comitato istituito presso il MIUR cui è affidato il compito di definire i criteri generali per le attività di valutazione dei risultati della ricerca e di promuovere la sperimentazione di nuove metodologie di valutazione.

Se le università insomma sono già valutate, a livello macro, perché ognuno spinge verso la “sua” valutazione? Proviamo a capirci qualcosa.

In ballo, tanto per cominciare, ci sono le famose “quote premiali”, finanziamenti statali previsti dal Fondo di Finanziamento Ordinario delle Università (FFO). Fondo che costituisce la principale fonte di entrata per tutte le università italiane.

Viene da sé che le Università e chi per loro facciano a gara per accaparrarsi un “posto al sole” nella classifica di merito del Miur (più in alto sali, più fondi ricevi).

Ora non c’è dubbio che la classifica ministeriale rappresenti un valido strumento di riconoscimento e ricompensa delle eccellenze da finanziare, ma quello che un po’ tutti si chiedono è: come la mettiamo con tutti quegli atenei che annaspano nelle zone basse di questa classifica?

Che ci siano atenei di serie A e atenei di serie B è un fatto. Com’è un fatto che la crisi e i tagli hanno ulteriormente e pesantemente impoverito le già dissestate casse delle nostre università. Per cui chi stava meglio, ha ammortizzato senza troppi affanni e continua a stare bene (spesso anche “onestamente”), mentre chi stava peggio, sta peggio, decisamente peggio.

Il divario, insomma, tra ricchi e poveri rischia di ingigantirsi in una maniera sempre più preoccupante e sproporzionata. Populismo? No, semplicità.

Per non parlare dell’annosa questione dell’abolizione del valore legale del titolo di studio.

In poche parole la tesi dei sostenitori è che i titoli di studio non sono tutti uguali (ma va?).

Titoli, cioè, conseguiti in atenei diverse, in tempi diversi non sono per niente equivalenti. Si tratterebbe insomma di una questione di “libertà e correttezza”: scegliere un percorso di studi più faticoso, presso un’università più accreditata, ci renderebbe, cioè, più qualificati e ci avvantaggerebbe sul mercato del lavoro.

Parificare i titoli costituirebbe, in soldoni, una sorta di “concorrenza sleale”.

Una rimostranza condivisibile, per qualcuno, ma proviamo a pensare alle “controindicazioni” di una simile filosofia. Esempio.

Sfiga vuole che tu abbia frequentato un ateneo poco o per niente blasonato, non avevi molta scelta, ma è andata così.

Hai fatto una carriera coi fiocchi, ti sei laureato con tutti gli onori di questo mondo, ma se l’hai fatto all’Università di Paperopoli la tua laurea non sarà mai “spendibile”, “appetibile”, “attraente” come quella di un laureato del Politecnico di Torino o della Bocconi di Milano.

Così proprio non va. Non se ne parla.

Pensare che questi signori sono gli stessi che chiedono la liberalizzazione delle tasse universitarie.

All’università vanno soprattutto i figli dei più abbienti, che potrebbero pagare rete più alte, mentre la loro laurea viene finanziata con le tasse di tutti, incluse i contribuenti più poveri, che solo eccezionalmente mandano i loro figli all’università.

Le università, dicono, dovrebbero essere lasciate libere di determinare in piena autonomia le proprie rette.

Morale: i fondi pubblici scarseggiano? Allora tutti a sparare rette più alte (che “presumibilmente” solo i più ricchi potrebbero sostenere)!  Ma niente paura!

Tanto per i poveri cristi ci sono sempre le borse di studio e i prestiti d’onore, no?

Ridiamoci su, che è meglio!

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