• Google+
  • Commenta
21 aprile 2012

Do re mi fa sol la Sì, ma perché? All’origine della notazione musicale

Anche chi non sa nulla di musica conosce i nomi delle note nella nostra notazione, tutti hanno imparato a memoria – magari senza esserne coscienti – la scala di do maggiore (do – re – mi – fa – sol – la – si – do). In pochi però, tra i non musicisti, sanno da cosa questi nomi siano nati.

Guido d’Arezzo fu un monaco e importantissimo teorico musicale vissuto a cavallo tra decimo e undicesimo secolo. Trovandosi a dirigere il coro della scuola di musica all’interno dell’Abbazia di Pomposa, si scontrò con le difficoltà incontrate dai cantori nell’apprendere e mandare a memoria i canti gregoriani.

Così scelse un inno – l’Inno a San Giovanni Battista, scritto da Paolo Diacono – che aveva una caratteristica particolare: ogni mezzo verso cominciava con una nota successiva della scala rispetto al verso precedente. Questa peculiarità si prestava particolarmente allo scopo di Guido, che era quello di associare ad ogni nota della scala una sillaba.

Il testo dell’inno – in latino – è: « Ut queant laxis | Resonare fibris | Mira gestorum | Famuli tuorum | Solve polluti | Labii reatum | Sancte Iohannes » (in italiano: “Affinché i tuoi servi possano cantare con voci libere le meraviglie delle tue azioni, cancella il peccato del loro labbro contaminato, o san Giovanni”). E fu così che uno stratagemma inventato per aiutare la memoria si pose alla base di quella che – dopo diverse modifiche ed evoluzioni – sarebbe diventata la nostra notazione musicale.

Ma, come non vi sarà sfuggito, c’è ancora qualcosa che non quadra. Bisogna infatti aspettare il seicento per veder apparire la settima nota della scala, il si – il cui nome fu ricavato dall’ultimo verso dell’inno (Sancte Iohannes) – e il do – che venne a sostituire, per ragioni di eufonia, l’ut originario -, prima sillaba della parola dominus (Signore), ma anche del cognome del musicologo che propose questa modifica, Giovan Battista Doni.

Fu sempre nel seicento, peraltro, che questa notazione sostituì definitivamente, nei paesi latini, quella alfabetica – tutt’ora utilizzata nelle aree di cultura anglosassone e tedesca – che alle note assegna semplicemente le prime lettere dell’alfabeto, dalla A alla G.

Oggi l’associazione tra le note e queste sillabe è ormai divenuta una simbiosi indissolubile ma, andando a scavare nelle radici di questo sistema, ci si rende conto di come questi nomi – in realtà – siano del tutto casuali.

Google+
© Riproduzione Riservata