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28 aprile 2012

I lavoratori in tempo di crisi: sono considerati ancora “persone”?

Come ogni anno nell’approssimarsi della ricorrenza del Primo Maggio il nostro Paese si ritrova con amara puntualità ad interrogarsi sulle problematiche attinenti il lavoro e la crescente disoccupazione.

Problematiche che negli ultimi tempi hanno assunto una preoccupante e, per certi versi, inquietante gravità alla luce dei continui licenziamenti dei lavoratori e  dei fallimenti delle imprese.

Il risanamento dei conti pubblici, lo spread, l’andamento dell borse e tutte le tematiche finanziarie nonostante siano questioni rilevanti e con effetti concreti sull’economia nazionale sembrano “appassionare” più che altro  tecnici e analisti; i lavoratori, oltre all’obiettivo peggioramento della propria condizione, stanno subendo l’avvilente fenomeno della spersonalizzazione del proprio ruolo fino a diventare meri numeri da computare nelle riforme sociali del rigore e dei tagli.

Ma la Costituzione italiana mette al centro della propria disciplina la “persona”: l’Art. 2 nel riconoscere e garantire i diritti inviolabili,  considera l’uomo “sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”; l’articolo 3 impone alle Istituzioni di rimuovere “gli ostacoli di ordine economico e sociale” che limitano di fatto “la libertà e l’eguaglianza dei cittadini” affinché possa realizzarsi “il pieno sviluppo della persona umana”. Strettamente connessa alla stessa sussistenza della “persona” è la tutela della “dignità sociale” (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale”) dalla quale possa realizzarsi  “l’effettiva partecipazione” di tutti “all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

E’, pertanto, evidente come la nostra Legge Suprema consideri l’essere umano non solo sotto un profilo “individualizzante” bensì inserito in un complesso contesto sociale; una visione di certo opposta a quella di ispirazione liberista che vede ogni individuo quale essere isolato il cui vivere è finalizzato esclusivamente al raggiungimento quasi egoistico dei propri bisogni in una concezione consumistica senza tenere in alcuna considerazione il progresso degli altri consociati.

Proprio in ragione dell’ispirarsi della nostra Costituzione ad un’idea dell’uomo come parte integrate della società in cui vive, i frutti estremi del liberismo, vale a dire la supremazia dell’economia, il dominio del più forte, la disuguaglianza sociale vengono quasi a divenire quegli “ostacoli di ordine economico e sociale” che limitano “di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini” che  vanno rimossi dalle Istituzioni Repubblicane.

Alla luce di ciò l’art. 4 Cost. assume una valenza ben precisa; la norma, infatti, riconosce a “tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società”.

Attraverso detto articolo il legislatore costituzionale vieta ogni forma di discriminazione nell’accesso all’attività lavorativa, impegna lo Stato a realizzare la piena occupazione ed individua nel lavoro non solo un diritto ma anche un dovere solidaristico del cittadino nei confronti della comunità cui appartiene.

E’ evidente, pertanto, quanto sia difficile che queste prescrizioni possano realizzarsi nella realtà economica odierna ove il mercato sembra essere l’unico fattore a gestire il destino dei cittadini, del loro ambiente e del loro potere d’acquisto quanto mai ridottosi per via della crisi.

Ma non solo: l’art. 4 della Costituzione trova difficile attuazione  in un contesto lavorativo segnato dalla c.d. flessibilità in ragione della quale si è erroneamente pensato che la maggiore protezione dei lavoratori sia connessa in modo “perverso” ad una minore crescita dei posti di lavoro e dell’occupazione. Si è in presenza, in realtà, di un disegno che pone in conflitto l’equità sociale e l’efficienza produttiva la tutela e l’ occupazione.

E’ sotto gli occhi di tutti, invece, che la funesta crisi economico-finanziaria smentisce questi ed altri stereotipi imposti e deve necessariamente ritornarsi al dettato costituzionale per riaffermare con forza che non vi è alcuna incompatibilità ma totale sinergia tra sviluppo economico e sviluppo sociale e, quindi, tra politiche economiche e politiche sociali le quali non devono realizzarsi solo per via “risarcitoria”  attraverso, ad esempio, il c.d. “reddito minimo” per contrastare la crescente povertà, ma radicando nell’imprenditoria italiana una cultura dello “sviluppo umano” per attuare e allargare, la vasta gamma delle potenzialità e delle capacità umane e la forza dei diritti nella loro connotazione sociale.

 

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