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13 aprile 2012

Mario Noera, necessaria riforma Fiscal Compact per risanare la crisi europea

 La crisi italiana non sembra attenuarsi, anzi è sempre presente e pronta a gettare ulteriori ombre sull’economia reale. A tal proposito, è intervenuto Mario Noera, docente di Economia dei mercati finanziari all’Università Bocconi di Milano, che ha cercato di illustrare, spiegare e capire le cause delle nuove tensioni finanziarie.

Noera afferma che la nostra situazione è simile a quella greca del 2010/2011, spiegando che la vulnerabilità del sistema si ripresenta ogni qualvolta il cosiddetto effetto morfina termina. Ma la Grecia stavolta non c’entra e la crisi è associata più che altro ai dubbi posti sulla ripresa dell’ancora debole economia americana oppure  connessa alla frenata dell’economia cinese.

Ma perché se è una crisi europea, si parla di cause al di fuori dell’Europa? Questo succede, afferma Noera, perché all’Europa non è riconosciuta la forza necessaria per reagire e sconfiggere da sola la propria crisi, perché rimane ancora soggetta da eventi esterni e legata alla speranza riposta nell’export.

Il docente di Economia dei mercati finanziari, afferma che, sebbene ci siano stati vertici e accordi politici per cercare un modo di emergere dalla crisi, in sostanza si è vista solo un’iniziativa, il Fiscal Compact, il trattato che vincola i governi europei a una maggiore inflessibilità per quanto riguarda conti e bilanci. Questo trattato si concentra su costrizioni fiscali, che si protraggono nel tempo, e secondo Noera, senza delle correzioni si rischia di dover fronteggiare una situazione piuttosto inquietante. Basandosi sui calcoli, i paesi dell’Unione Europea saranno capaci di sostenere la tabella di marcia prevista dagli accordi nel caso di una crescita minima dell’ 1,5%, nel caso contrario, si dovranno prendere nuove misure correttive in paesi come Portogallo e Spagna ma anche Italia.

Per quanto riguarda il ruolo che la Bce ha avuto in questa situazione, Noera sostiene che semplicemente è intervenuta a colmare il buco di liquidità che si era creato con il blocco interbancario, nel momento in cui le banche dei Paesi più forti non sono più stati in grado di dare prestiti ai Paesi più deboli.

Così facendo è come se il sistema europeo si fosse rinazionalizzato, e questo, afferma Noera, comporta due conseguenze. Da una parte, la corsa dei capitali nei Paesi forti, con il risultato che i tassi tedeschi stanno toccando rendimenti minimi, così contribuendo ad allargare lo spread. Dall’altra, c’è un’insufficienza nel sistema della redistribuzione della liquidità che ha indotto la banca centrale europea ad intervenire per supplire il mercato dei capitali dei paesi dell’Unione Europea.

In questa visione generale la figura di Mario Monti, che da prima aveva suscitato grandi speranze, sembrerebbe appannarsi. Noera sostiene che le prime mosse erano state incoraggianti, e se da una parte, verso l’azione di governo era stata pesante come nella riforma delle pensioni, dall’altra, il recupero di una credibilità internazionale culminata nell’accordo sottoscritto da 26 Paesi, sembrava il via di una nuova fase dell’azione politica dell’Unione Europea. Nonostante tutto però, siamo ritornati al quadro di prima, non c’è stato un cambiamento significativo per quanto riguarda le risorse al Fondo salva Stati e il blocco internazionale si è riflesso sulla politica interna, nel senso che la ricetta di deflazione interna è tornata a prevalere, come suggerisce la Bundesbank che prevede il taglio dei salari e che ha portato alla riforma del lavoro. Ma basta guardare alla Spagna per rendersi conto che questa soluzione non convince i mercati.

Considerando che non manca molto alle elezioni francesi, poi tedesche e infine il voto italiano, l’eurodibattito è praticamente ancora in fase di partenza. Ma il docente di economia sostiene che le elezioni francesi, in caso di vittoria socialista, potrebbero essere un’opportunità per ridiscutere del Fiscal Compact, e un’ulteriore possibilità per Mario Monti di sfruttare l’eventuale riapertura del dibattito per proporre all’Europa una nuova linea che consenta prima di tutto la partita dello sviluppo.

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