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19 Maggio 2012

Di velleità in necessità: L’editoria pagamento

Non è possibile affidare la valutazione delle ricerche né in via prevalente né tantomeno in via esclusiva ad indicatori bibliometrici“.

Giornalismo ed Editoria

Giornalismo ed Editoria

Così recita la mozione sollevata dalla classe di Scienze Morali, Storiche e Filologiche dell’Accademia dei Lincei, ultima solo in ordine di tempo tra le autorevoli voci che si sono sollevate per criticare i parametri di valutazione all’abilitazione scientifica indicati dall’ANVUR (l’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca).

È dal 2010 infatti che inferve ormai la polemica nei confronti di un sistema di valutazione che individua indicatori quantitativi della qualità della ricerca, non tanto per l’introduzione di indicatori bibliometrici di per sé ma per il ruolo predominante (per non dire esclusivo) a questi attribuito. Il possesso, quale criterio abilitante, di una produzione scientifica superiore alla mediana della fascia per cui chiede l’abilitazione, unito all’omogeneità degli altri criteri utilizzati nel bilanciamento di questo calcolo statistico, sembrano del tutto incapaci di interpretare l’eterogeneità e la specificità delle singole discipline e, quindi, di fornire una seria valutazione in merito ai singoli prodotti della ricerca.

Ciò che viene in particolare denunciato è il danno subito dagli studiosi di tutte quelle discipline umanistiche nelle quali la ricerca si articola essenzialmente in lavori individuali, monografici e di interesse per lo più nazionale, a fronte di un sistema che premia le pubblicazioni internazionali, gli articoli e che considera la penalizzazione di colui che lavora fuori da un gruppo di ricerca un semplice “danno collaterale”.

Al dì là delle specifiche obiezioni, ciò che lascia assai perplessi leggendo questo documento prodotto dall’ANVUR è anche la forte distanza rispetto a quello che è il mondo dell’editoria oggi. Perché un metodo di valutazione che si fonda su minimi quantitativi, trasformando così la quantità della produzione scientifica in qualità dello studioso, potrebbe anche avere una sua ragion d’essere (ove bilanciato da considerazioni che riflettono la natura specifica dei differenti campi della ricerca) se il mondo dell’editoria operasse un reale filtro circa il merito alla qualità delle opere. Ma, nel caso dei saggi monografici soprattutto, il dilagare di quel segmento dell’editoria costituito dall’editoria a pagamento (in inglese “vanity press”) ha profondamente trasformato la funzione di selezione qualitativa dei lavori demandata alle case editrici.

Qui l’editore è infatti sgravato del rischio d’impresa poiché riversa tutto (o in gran parte) l’investimento economico sull’autore, trasformandosi in semplice stampatore. Egli, così, non solo non è più costretto ad operare una selezione qualitativa tra le opere, e dunque a scommettere sulla singola proposta editoriale, ma è al contrario incentivato ad accettare tutti (o quasi) i manoscritti a lui sottoposti: ogni pubblicazione viene infatti a costituire un sicuro guadagno (o, nel peggiore, dei casi un’operazione a costo zero).

Il risultato è la possibilità di vedere pubblicato, a seconda del portafoglio dell’aspirante scrittore, pressoché qualunque lavoro. Ma non solo; a fronte di una sparizione progressiva degli editori “puri”, anche gli autori meritevoli si trovano spesso costretti a ricorrere a questa formula, che prevede la copertura dei costi di stampa delle copie poi vendute o, in alternativa, l’acquisto di un quantitativo “minimo” (dalle 50 alle 200 copie).

Si finisce così, da un lato, per consentire la pubblicazione di opere anche di scarso valore ponendole sullo stesso piano di quelle meritevoli, e, dall’altro, si favorisce la pubblicazione di lavori ripetitivi e frettolosi volti a rincorrere i parametri quantitativi imposti dall’ANVUR, a tutto discapito della qualità, dell’accuratezza e dell’originalità dei lavori.

Forti della necessità di pubblicare tanto e in tempi brevi, gli editoria pagamento hanno gioco facile con i giovani ricercatori, incapaci di garantire una tiratura minima di copie (non disponendo di un corso accademico proprio in cui adottare il libro), nel proporre contratti per i quali l’autore dovrà sborsare cifre che vanno dai 1000€ sino ai vertiginosi 7000€, per poi vedere spesso il risultato del proprio lavoro diventare introvabile.

Sì, perché, esaurite le copie “coperte” dall’APS (Autore a Proprie Spese), la casa editrice, in possesso ormai dei diritti d’autore, si impegna a ristampare l’opera solo a fronte di consistenti richieste. La soglia di copie necessaria alla ristampa va generalmente dalle 50 alle 100-200: poche se si parlasse di un romanzo, molte nel caso di un saggio monografico a carattere scientifico, l’interesse all’acquisto del quale viene ovviamente a cessare a fronte di attese che possono tranquillamente superare i 6 mesi.

Questione differente, anche se spesso presentata dagli editori come sinonimica, è il print-on-demand, ossia la “stampa su richiesta”. Formula largamente criticata da più parti per il suo riversare anche la dimensione promozionale sull’autore, unita al pay-for-print essa garantisce, quantomeno, la quasi immediata reperibilità del testo anche sul lungo periodo. Ugualmente utile si prospetta la pubblicazione in formato sia cataceo che digitale: l’e-book permette infatti una rintracciabilità immediata e illimitata nel tempo, oltrè favorire la diffusione dell’opera grazie ai costi contenuti.

Per dovere di precisione, è giusto comunque ricordare che in questi casi, ossia quando il testo in questione presenta un carattere scientifico, si parlerebbe non di editoria a pagamento bensì di editoria sostenuta: poco cambia però nella sostanza perché, se è vero che talvolta intervengono a coprire i costi fondazioni o istituti terzi, nella maggior parte dei casi il “sostegno” è fornito proprio dall’autore.

Lungi dall’essere allora il solo gesto velleitario di chi sogna di sventolare in faccia ad amici in conoscenti il proprio nome in copertina, la vanity press è divenuta oggi anche necessità accademica, causa del pessimo connubio tra un’editoria duramente colpita dalla crisi (il crollo negli ultimi mesi è stimato intorno al 12%) e l’utilizzo di criteri quantitativi come misura della qualità degli studiosi.

Selene Parigi

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