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16 Maggio 2012

Gli occhiali fotovoltaici vincono la cecità

Dicono che gli occhi servono per guardare, ma che solo con il cuore si vede davvero.  Per due persone, il mare non sarà mai dello stesso blu, una persona non sarà mai bella allo stesso modo e un paesaggio non sarà mai descritto con le stesse parole.

È per questo motivo, in fondo, che una stessa realtà raccontata a due persone cieche, prenderà vita nella loro immaginazione in modo così diverso, come fossero due mondi a parte.

Oggi, però, la nuova speranza è che ognuno possa guardare con i propri occhi e permettere al proprio cuore di vedere davvero quello che fino a quel momento gli è stato solo raccontato.

Una speranza resa sempre più concreta da un team di studiosi, esperti dell’università di Stanford, in California, che ha progettato un particolare tipo di protesi per gli occhi in grado di combattere la cecità e restituire la vista.

Già dagli ultimi anni, per i non vedenti è possibile sottoporsi a lunghi e complicati interventi chirurgici di ripristino di alcune componenti fondamentali per riacquisire la vista, almeno in parte. Si tratta, tuttavia, di un intervento molto invasivo e pericoloso che non garantisce una risoluzione definitiva o sempre soddisfacente del problema.

Esiti diversi sono stati raggiunti, invece, proprio da questo gruppo di ambiziosi ricercatori che ha messo a punto una sorta di occhiale che sfrutta la tecnologia fotovoltaica. I risultati pubblicati sulla rivista scientifica Nature Photonics fanno sperare in una vera e propria innovazione che potrà migliorare la vita di molte persone a cui la cecità ha tolto, fino ad oggi, autonomia e libertà.

La speranza arriva proprio da James Loudin, ricercatore a capo del team, che, dopo aver testato le protesi sui ratti, ha parlato per la prima volta della concreta possibilità di poterle testare anche sugli umani.

Parliamo di protesi ma, più nello specifico, si tratta di impianti retinici autoalimentati grazie alla tecnologia fotovoltaica, realizzati con componenti meno invasive e, soprattutto, senza elementi esterni che influiscono sull’estetica e, prima di tutto, sulla comodità.

«A differenza dei precedenti impianti sottoretinici ed epiretinici che richiedono un alimentatore esterno, i fotodiodi in silicio ricevono alimentazione e dati attraverso un’illuminazione pulsata nel vicino infrarosso, erogata attraverso gli occhiali video», ha dichiarto Angelika Lingnau del Center for Mind/Brain Science (CIMeC) dell’Università di Trento. «La reazione della retina può essere attivata mediante l’intensità di luce vicino all’infrarosso e con almeno due ordini di grandezza inferiori ai limiti di sicurezza oculari, importante per evitare il riscaldamento del tessuto»  e, quindi, per far sperare di poter testare al più presto le protesi su un essere umano.

In termini più semplici, alla base della tecnologia delle protesi c’è un computer che elabora i filmati prodotti da una microcamera installata sulle protesi che, a sua volta, proietta le immagini sulla retina grazie a degli impulsi a infrarossi. I fotodiodi sottoretinici, infine, convertono la luce in correnti di stimolazione locale che restituiscono la vista.

Un progetto molto ambizioso e innovativo che ha riacceso la speranza in molti cuori.

 

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