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16 Maggio 2012

Il Welfare delle regioni d’Italia in una ricerca di Ca’ Foscari

Una tavola rotonda per individuare nuovi criteri di governance

 Convegno
Il cambiamento dei sistemi di welfare: quali politiche e processi di governance
Venezia, 17 e 18 maggio 2012

Le politiche sociali e socio-sanitarie delle regioni italiane sono al centro di un convegno promosso da Ca’ Foscari e nato da un’intesa fra Ministero del lavoro e delle politiche sociali ed il coordinamento delle regioni italiane (assessorati alle politiche sociali). Il convegno costituisce l’azione finale di un progetto di ricerca sviluppato da un gruppo di ricercatori dell’ateneo veneziano e dell’Università Cattolica di Milano, coordinato dal Prof. Bertin (Dip. Economia Università Ca’ Foscari Venezia), con il contributo di docenti delle Università di Trento, Bari, Salerno, Bologna e Verona.

La ricerca si è svolta in due parti.

La prima ha interessato tutte le regioni e si è centrata sulla raccolta degli indicatori relativi al funzionamento delle politiche di welfare.

La seconda si è concentrata sull’analisi di dodici regioni. Per ogni regione è stata costruita una monografia analizzando tutta la normativa sui processi di governo locale delle politiche socio-sanitarie, sulle interviste ai dirigenti regionali (60 interviste) e ai rappresentanti dei territori (20 focus group).
Da dove nasce la ricerca

La ricerca si sviluppa in una fase di profonda trasformazione dei sistemi di welfare nazionali e soprattutto locali. Tali cambiamenti si caratterizzano per due fenomeni:

–       la ridefinizione delle caratteristiche dei sistemi di welfare. Questo aspetto riguarda tutte le regioni. La crisi economica e la crescita demografica hanno contribuito a far emergere nuovi bisogni (precarietà lavoro, cambiamento composizione famiglie e percorsi di vita) e accrescerne altri (invecchiamento). Tutto questo a fronte di una riduzione delle risorse disponibili;

–       lo sviluppo della dimensione locale delle politiche di welfare. Il ruolo dei comuni e delle altre istituzioni locali risulta crescente, ma cresce molto anche la presenza di altri soggetti (volontariato, imprese no profit e profit) che agiscono all’interno delle singole comunità.

Questi aspetti hanno portato il ministero e le regioni ad attivare questa ricerca per:

–       capire se esiste un sistema di welfare nazionale o si debba parlare di welfare regionali, fra loro diversi;

–       verificare se sia possibile individuare alcune linee di indirizzo per migliorare la capacità delle regioni di governare le politiche socio-sanitarie locali.
I risultati della ricerca.

È possibile parlare di un modello di welfare italiano?

La ricerca porta a dire che non è possibile parlare di un sistema nazionale di welfare e che le differenze fra le regioni sono molto forti.

Sono stati raccolti numerosi indicatori (per ciascuna regione, relativi alla seconda parte dello scorso decennio) che hanno consentito di confrontare fra loro le diverse regioni italiane. Da questa analisi emerge che in Italia sono presenti ben sette diversi modelli di welfare con caratteristiche abbastanza diverse tra loro.

La situazione più avanzata in termini di ricchezza dell’offerta e di bilanciamento fra soggetti pubblici e privati, nella quale i rischi sociali sono relativamente minori e la società è relativamente più coesa, riguarda le regioni: Emilia Romagna, Friuli, Lombardia, Toscana e Veneto.

Sul fronte opposto, il sistema di welfare più critico riguarda le regioni: Campania, Calabria, Puglia e Sicilia. Queste realtà presentano rischi sociali più elevati, minor coesione sociale, un’offerta di sevizi (pubblici e privati) più povera. I sistemi di welfare non si sono sviluppati in risposta alle condizioni di disagio sociale e sanitario della popolazione, ma in relazione alla ricchezza economica e sociale delle regioni.

 

Alcuni esempi di indicatori:

 

Estensione offerta

Servizi per l’infanzia (percentuale di comuni che hanno attivato servizi per l’infanzia come ad esempio asilo nido, micronidi o servizi integrativi e innovativi sul totale dei comuni della regione): Emilia Romagna (77,7); Molise (2,2); Veneto (50,8)

Assistenza domiciliare integrata (percentuale di anziani trattati in assistenza domiciliare integrata rispetto al totale della popolazione con 65 anni e oltre): Emilia Romagna (23,9); Puglia (0,4); Veneto (13,4)

Anziani nelle strutture residenziali (numero di anziani ospiti in presidi residenziali socio-assisetnziali per 1000 abitanti di 65 anni e oltre): Trentino AA: (45,47); Campania (4,51); Veneto (35,05)

 

Titolarità gestione (servizi pubblici, privati e acquistati dai cittadini, terzo settore)

Terzo settore, cooperative sociali consolidate (percentuale di cooperative con fatturato superiore a 500.000 euro): Piemonte (55,73); Basilicata (13,74); Veneto (51,77)

Aiuti e assistenza da persone non coabitanti (percentuale di famiglie che hanno ricevuto aiuto): Basilicata (46,0); Piemonte (25,5); Veneto (36,6)

Acquisto servizi, (spesa media mensile famiglie per servizi, in euro): Lombardia (134,14); Sicilia (65,61); Veneto (129,29)

 

Rischi sociali e coesione

Rischi sociali, (tasso disoccupazione giovanile): Sicilia (37,15); Trentino AA (6,85); Veneto (8,44)

Rischi sociali, (percentuale di famiglie in condizioni di povertà): Basilicata (23,66); Umbria (14,5); Veneto (18,51)

Coesione, (percentuale di persone che hanno svolto attività sociali): Trentino AA (21,0); Sicilia (3,8): Veneto (13,0)

 

Regioni economicamente più ricche e con società più integrate hanno dato vita anche a sistemi di sicurezza sociale più diffusi ed estesi (più servizi a più persone), ed hanno coinvolto di più le comunità locali nello sviluppo del benessere delle persone. Le altre regioni hanno situazioni intermedie fra questi estremi. Questa situazione tende ad aggravarsi per due aspetti, quali:

–       lo sviluppo di welfare aziendali. Questo sviluppo interessa le realtà in cui le aziende sono più forti e integrate nei territori locali (le regioni ricche);

–        la riduzione del ruolo coordinamento e di integrazione dell’azione delle regioni.

La situazione rischia di essere problematica anche perché recenti ricerche hanno evidenziato che le politiche sociali costituiscono un fattore di sviluppo dei sistemi economici locali. C’è il concreto rischio di una maggiore diversificazione delle regioni (welfare più deboli sono il prodotto di situazioni economiche più critiche e, contemporaneamente, consolidano queste debolezze) e di attivazione di un circolo vizioso. Economie locali deboli producono maggiore vulnerabilità sociale delle persone e la contemporanea presenza di sistemi di welfare deboli consolida la scarsa crescita.
Il cambiamento del sistema di welfare ha provocato una modifica coerente dei processi di governo?

I sistemi di welfare delle regioni sono molto diversi fra loro, ma sempre caratterizzati dalla presenza di soggetti pubblici e privati che erogano i servizi. Questa situazione richiede che gli enti pubblici cambino il loro modo di lavorare, devono passare da erogatori dei servizi a soggetti che indirizzano, coordinano e valutano l’azione di privati, cooperative, e volontariato. Ma la cultura gestionale dei servizi pubblici è ancora di tipo burocratico e si basa su rapporti gerarchici. La sfida delle amministrazioni è quella di superare queste impostazioni ed essere in grado di coinvolgere organizzazioni pubbliche e  private orientando le loro scelte alla costruzione del benessere dei cittadini.

La ricerca ha analizzato la situazione di 12 regioni per verificare se ed in che misura stanno cambiando le logiche del governo locale  (in particolare nei rapporti fra regioni e territori). I risultati confermano la forte disomogeneità fra e regioni. Sul piano delle modifiche di legge, le regioni mostrano di aver capito la necessità di sostituire la logica gerarchica con una maggior attenzione all’autonomia delle realtà locali e con la necessità di coinvolgere cittadini, volontariato, cooperative sociali e privati nella programmazione e gestione degli interventi, ma le pratiche reali continuano ad essere prevalentemente di tipo burocratico. La ricerca indica la necessità che le pubbliche amministrazioni abbandonino la logica burocratica per:

–       governare i territori in modo integrato (non è più possibile progettare la viabilità senza considerare gli effetti sulla salute o sulla riduzione della possibilità dei bambini di sviluppare la loro autonomia);

–       ridurre gli strumenti coercitivi e aumentare quelli che incentivano i comportamenti virtuosi;

–       costruire processi partecipativi basati sull’aumento delle informazioni e le forme di rappresentanza diretta dei cittadini;

–       sostituire i controlli burocratici con la valutazione dei risultati prodotti dalle politiche locali in termini di benessere reale della popolazione.

 

Il convegno verrà aperto a Ca’ Dolfin dal Rettore, Carlo Carraro cui seguiranno gli interventi di M. Modolo, Regione del Veneto, Direzione Servizi Sociali e R. Tangorra, Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

La prima sessione del convegno si terrà a Ca’ Dolfin  il 17 maggio e  si occuperà de “I cambiamenti nei paesi europei”, la seconda il 18 maggio si terrà in Auditorium S. Margherita a partire dalle 9.15 e tratterà “I sistemi di welfare nelle regioni italiane”. La giornata si concluderà con la Tavola rotonda “Verso quale sistema di welfare”.

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