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13 Maggio 2012

La disabilità del proprio figlio non è ostacolo all’adozione di un altro bimbo

Genitori pronti a occuparsi anche di un altro bimbo, va superato il concetto di handicap come malattia” (Corte di appello di Milano Sez. Persone, minori e famiglia Decreto n. 46/2012).

E’ questo il passo più significativo e rilevante del provvedimento emesso dalla Corte d’Appello di Milano  lo scorso 7 maggio; il giudice di secondo grado ha accolto il ricorso di una coppia lombarda alla quale il Tribunale dei Minori aveva negato, qualche messe addietro, l’adozione di un minore straniero considerando quale ostacolo alla stessa la presenza in famiglia di un figlio disabile.

Prima di esaminare più compiutamente le motivazioni addotte dalla Corte d’Appello di Milano sul caso in questione, appare opportuno riassumere, seppur sinteticamente, l’istituto dell’adozione del minore,  ossia  quel rapporto di filiazione giuridica costituito tra soggetti non legati da un vincolo di sangue.

Alla luce della riforma introdotta con la Legge n.184/93 il Legislatore è intervenuto riformando decisamente l’istituto mettendo al centro della disciplina il fanciullo e il suo diritto a crescere ed ad essere educato all’interno di una famiglia;  la legge, naturalmente, richiede la sussistenza di alcuni imprescindibili presupposti sia per gli adottanti che per gli addottati per l’instaurazione di questo legame giuridico.

Gli aspiranti genitori devono innanzi tutto essere uniti in matrimonio e poi, a conferma di una relazione stabile ed continuativa,  il vincolo matrimoniale deve durare da almeno tre anni (pertanto tra gli stessi non deve esserci stata una separazione personale, neanche di fatto),  in secondo luogo costoro devono superare di almeno diciotto anni (ma non più di quarantacinque)  l’età dell’adottando; tali limiti possono essere superati qualora si dimostri che dalla mancata adozione derivi un danno grave e non evitabile al minore  oppure se il limite massimo di età sia superato da uno solo dei coniugi in misura non superiore a dieci anni quando costoro siano genitori di figli naturali o adottivi dei quali almeno uno in età minore e, infine, quando l’adozioni riguardi un fratello o una sorella di minore già adottato dagli stessi.

Gli adottanti devono, inoltre, essere effettivamente idonei e capaci di educare, istruire e mantenere i minori che intendono adottare.

Relativamente allo status dell’adottato, la legge consente l’adozione per tutti i minori, a prescindere dalla loro età: se hanno compiuto quattordici anni, tuttavia, devono prestare il proprio consenso, mentre i minori di anni dodici  devono essere sentiti, mentre per i bambini di età inferiore va accertata la loro capacità di discernimento .

Indispensabile è in ogni caso lo “stato di adattabilità”, vale a dire una situazione di abbandono che si concreta in mancanza di assistenza morale o materiale da parte dei genitori  o dei parenti obbligati a provvedervi.

I coniugi intenzionati ad adottare un minore devono presentare apposita domanda al Tribunale per i Minorenni il quale attiva un iter abbastanza complesso e approfondito per accertare la capacità della coppia ad educare il minore, nonché la situazione personale ed economica, la salute e l’ambiente familiare.

Prima del provvedimento definitivo, è previsto un periodo di affidamento preadottivo del minore alla coppia prescelta della durata di un anno, prorogabile, decorso il quale in presenza di tutte le conduzioni previste dalla legge il Tribunale per i minorenni con sentenze provvede sulla adozione.

A seguito del provvedimento giudiziale il minore adottato acquista lo stato di figlio legittimo degli adottanti assumendone il cognome e cessano i rapporti giuridici con la famiglia d’origine, salvi di divieti matrimoniali.

Il Legislatore è intervenuto anche nel disciplinare l’adozione internazionale; le persone residenti in Italia che vogliono adottare un minore residente all’estero devono presentare dichiarazione di disponibilità al Tribunale per i minorenni del distretto in cui hanno la residenza. Superato il vaglio dell’Autorità Giudiziaria, tale dichiarazione viene trasmessa ai servizi socio assistenziali degli enti locali  a seguito dei cui  accertamenti il Tribunale ente decreto attestante l’idoneità alla adozione.

Dopo aver ottenuto tale decreto gli aspiranti genitori devono conferire l’incarico a curare tutta la procedura ad un ente autorizzato che provvederà ad espletare tutte le pratiche necessarie presso le autorità competenti dello stato straniero ; le conclusioni di questo ente saranno, poi, valutate, dalla Commissione per le adozioni internazionali a cui infine compete la dichiarazione di rispondenza dell’adozione all’interesse superiore del minore autorizzando l’ingresso e la residenza permanente in Italia. Il minore adottato acquista la cittadinanza italiana per effetto della trascrizione del provvedimento di adozione nei registri dello stato civile.

Ritornando alla  sentenza della Corte d’Appello di Milano va immediatamente rilevato che si è in presenza di una decisone con importanti ripercussioni non solo giuridiche, ma soprattutto culturali; se il Tribunale in primo grado aveva rigettato la richiesta di adozione dei coniugi lombardi in base al timore che costoro già  gravati  dalla malattia del figlio naturale (una forma di epilessia, la sindrome di Travet) non possono affrontare anche tutte le problematiche e le incognite discendenti dall’adozione internazionale.

Secondo il giudice di secondo grado tale decisione non tenendo assolutamente conto “dell’evoluzione culturale nell’approccio alla disabilità” si ispira ad un ragionamento palesemente pregiudiziale  “che vede nella disabilità una malattia, senza considerarla invece una condizione che risulta dall’interazione fra il portatore di handicap e tutto quanto lo circonda”.

Un provvedimento inficiato di pregiudizio anche perché non sono stati presi in debita considerazione gli altri elementi a disposizione :il parere positivo dei servizi sociali del Comune e lo psicologo dell’Asl, il buon rapporto del bambino malato con le maestre e i coetanei, l’affetto dei nonni e una favorevole situazione abitativa. Non solo, la Corte d’Appello riconosce ai genitori “capacità educative adeguate per dedicarsi anche a un altro figlio”.

In conclusione, questo importante provvedimento mette in evidenza l’assoluta sensibilità culturale dei magistrati innanzi a situazioni di così estrema delicatezza; le motivazioni impiegate dai giudici nel ribaltare la precedente sentenza, infatti, esprimono una sorta di ammirazione nei confronti dei due genitori, i quali avendo maturato un’ esperienza con un figlio con disabilità hanno indubbiamente sviluppato una grande forza nell’affrontare meglio le difficoltà che una adozione comporta. La Corte, infatti, riscontra nella coppia una maggiore consapevolezza innanzi al ruolo genitoriale e una più significativa preparazione nel relazionarsi con un bambino così fortemente segnato dal disagio e dalla sofferenza.

 

 

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