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23 Maggio 2012

Pubblicato su “Nature communications” studio sulla tracciabilità dei pesci

Pubblicato ieri su Nature communications, uno studio sulla tracciabilità dei pesci frutto di una collaborazione internazionale nell’ambito del progetto europero FishPopTrace. Tomaso Patarnello del  Dipartimento di Biomedicina Comparata e Alimentazione (Bca) dell’Università di Padova è uno degli autori.

Determinare la provenienza del pescato permetterebbe di sapere esattamente quali stock vengono sfruttati nella pesca e se vengono rispettate le regole internazionali di prelievo.

Un’attività di pesca spesso illegale ed eccessiva è stata la causa negli ultimi anni di un repentino e massiccio impoverimento delle risorse ittiche mondiali sebbene esistano a livello internazionale delle leggi che regolamentano tale attività. Alcune organizzazioni indipendenti no profit  come la MSC (Marine Stewardship Council ) hanno recentemente attirato l’attenzione dell’opinione pubblica sulla necessità di preservare i grandi stock di pesca, creando anche dei sistemi di “eco-certificazione” per una pesca eco sostenibile  da rilasciare ai singoli pescatori.

Queste e altre soluzioni hanno avuto purtroppo un’efficacia troppo imitata e si sente  l’esigenza di avere strumenti di controllo più incisivi come la possibilità di poter definire l’area geografica o la popolazione di origine dei singoli pesci in modo da impedire le sempre più frequenti frodi nei mercati ittici dovute ad una non corretta identificazione geografica del pescato.

Le moderne tecniche della biologia molecolare permettono oggi, con costi relativamente contenuti, di poter tracciare con elevata affidabilità il pescato e i relativi prodotti di lavorazione dalla nave sino alla tavola dei consumatori (from fish to fork) e di poter individuare la provenienza geografica con margini di errore molto bassi.

Nella pubblicazione su Nature communications si spiega che è stato usato un approccio di tipo “genome-scan” per individuare  regioni  genomiche sotto selezione divergente tra le popolazioni naturali di pesci ad alto sfruttamento commerciale. Si assume infatti che nelle popolazioni naturali ci siano dei geni più adattati alle particolari condizioni locali. Tali geni possono essere usati come “marchio di origine” dei singoli individui.

La tecnica del “genome-scan” è stata applicata a quattro specie marine di grande importanza commerciale e  legate a problemi di pesca illegale e sovrasfruttamento degli stock: Merluzzo atlantico (Gadus morhua), Aringa (Clupea harengus), Sogliola (Solea solea) e Nasello (Merluccius merluccius)

L’approccio “genome-scan” ha permesso di sviluppare per la prima volta marcatori molecolari in grado di tracciare  in modo accurato l’origine geografica del singolo esemplare. In specie soggette a pesca illegale e/o ad eccessiva pressione di pesca ciò rappresenta è un prezioso strumento per prevenire il collasso degli stock naturali che comporterebbe non solo l’estinzione di  molte popolazioni locali ma metterebbe a rischio l’intera specie – come è recentemente avvenuto per il merluzzo atlantico. La possibilità di tracciare con strumenti genetici l’origine geografica dei prodotti della pesca è inoltre essenziale per smascherare molte frodi commerciali altrimenti molto difficili da identificare.

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