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29 maggio 2012

Tra i diritti per eccellenza : l’uguaglianza

Ai sensi dell’art. 3, comma 1, della Costituzione “Tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

Trattasi della c.d. “eguaglianza formale” in ragione della sua formulazione astratta all’interno del nostro  ordinamento giuridico; a tale proposito giova rammentare che la Consulta lo definì quale “principio generale che condiziona tutto l’ordinamento giuridico nella sua obiettiva struttura” (Corte Cost. Sent. n. 25/1966).

Questo “fondamentale principio” opera in primis quale obbligo prescritto per il legislatore (e, quindi anche alla Pubblica Amministrazione ai sensi dell’art. Art. 97 Cost.) al fine di evitare la non introduzione nel nostro assetto normativo di discriminazioni che si basino su qualità soggettive.

In tal modo, infatti, la Corte costituzionale ha a disposizione un criterio di giudizio in ordine alla legittimità delle leggi introdotte nel nostro ordinamento alla Costituzione garantendo nel contempo la parità di trattamento giuridico per situazioni eguali ed un trattamento diverso, ma non arbitrario, per situazioni differenziate.

Più precisamente, qualora una norma presupponesse quale criterio per la sua applicabilità anche uno solo dei requisiti previsti dall’art. 3 Cost. (sesso, razza, lingua etc.) determinando concretamente una discriminazione nel godimento dei diritti e delle libertà sarebbe inficiata di illegittimità costituzionale.

Parimenti, tenendo conto della natura “elastica” del citato articolo al legislatore spetta l’arduo compito di considerare le condizioni ivi previste al fine di impedire che diventino elementi di una discriminazione di fatto.

Solo in tal modo sia può attribuire sostanza al principio dell’eguaglianza evitando che possa operare esclusivamente sul piano “formale” garantendogli la dovuta valenza imponendo al legislatore di stabilire trattamenti differenziati per assicurare la vera ed autentica eguaglianza di trattamento giuridico.

Tale impostazione è indispensabile per il conseguimento concreto della parità giuridica tra gli individui, a prescindere dalle personali le condizioni di partenza, anche secondo una visione di natura generale e collettiva.

In tal senso deve leggersi il secondo comma dell’Art. 3 “ È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Partendo dal presupposto che all’interno della società vi sono  situazioni di disparità economica e sociale, tali da rappresentare un ostacolo alla realizzazione della piena eguaglianza tra cittadini e al pieno godimento delle libertà sancite dalla Costituzione, spetta inevitabilmente ai poteri pubblici intervenire nell’economia per assicurare realmente pari opportunità per ognuno.

Facendo qualche esempio, l’eguaglianza sostanziale trova esplicita estrinsecazione  nel riconoscimento dei diritti sociali costituzionalmente garantiti quali il diritto al lavoro (art. 4, primo comma), la tutela delle minoranze linguistiche (art. 6), la protezione della famiglia e della maternità (artt. 31 e 37), il diritto alla salute (art. 32), il diritto degli indigenti alle cure gratuite (art. 32, comma 1), il diritto all’istruzione (art. 34), i criteri di progressività del sistema tributario (art. 53, comma 2).

Illuminanti, in conclusione, sono le parole di Calamandrei, insigne giurista: “…dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo”. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente affermare che l’art. 1 della Costituzione  ( “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”) non sarà solo una formulazione solenne. Secondo Calamendrei, infatti, fino a quando non ci sarà per ogni uomo la possibilità concreta di lavorare e di studiare, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica “perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale” (Piero Calamandrei – Discorso sulla Costituzione,  26/01/1955).

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