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4 giugno 2012

«Credo nella libertà e nell’autenticità. Il rap è, prima di tutto, comunicazione»: intervista ad Amir

Nato a Torpignattara, quartiere nella periferia di Roma, Amir è oggi uno dei rapper più credibili e influenti del panorama musicale italiano. Un artista complesso che deve il proprio successo alla determinazione e alla voglia di riscattarsi da un’infanzia difficile.

Avvicinatosi alla cultura hip pop nei primi anni ’90, il rap lo ha salvato dalle insidie che la vita gli ha riservato lontano dalla guida di un padre in carcere, portandolo al successo nel 2006 con la pubblicazione del primo album “Uomo di prestigio”.

Dopo sei anni di carriera, che hanno trasformato una grande passione per la musica in una vera e propria professione, sull’onda del successo della canzone “Scialla”, colonna sonora dell’omonimo film di Francesco Bruni, lo scorso 22 maggio Amir si è presentato al grande pubblico con il nuovo album “Grandezza naturale”, primo lavoro promosso dalla Red Carpet Music, etichetta indipendente fondata dallo stesso artista.

Innanzi tutto complimenti per il tuo nuovo album “Grandezza Naturale” uscito lo scorso 22 maggio. Come è nato questo lavoro?

Questo è un album indipendente, di maturazione artistica, risultato di un lungo percorso iniziato circa 10 anni fa. È un album nato sull’onda del successo di “Scialla”, colonna sonora per il film di Francesco Bruni, in nomination ai “David di Donatello”. Un’esperienza importante quindi, coronata da questo disco, il primo lanciato dalla mia etichetta indipendente Red Carpet Music. Non sono più solo un artista, ma anche un produttore discografico e, in quanto tale, punto a promuovere non solo i miei lavori, ma anche quelli dei giovani artisti emergenti. Un prodotto mio sotto tutti gli aspetti e per cui nutro grandi aspettative.

Ho notato che in questo album ci sono molti featuring. Come nascono queste collaborazioni? Credi che in qualche modo apportino un valore aggiunto ai tuoi pezzi?

Hai ragione, ci sono molti featuring e, in questo album, ho scelto in particolare di non collaborare con i nomi più in voga dell’hip pop italiano, ma di promuovere i giovani emergenti.  Le produzioni musicali, i beats, sono tutte affidati ad artisti alla loro prima grande esperienza. Li conosco da tempo e ho sempre pensato che fossero molto validi e che si distinguessero da altri in bravura. Ci sono anche due featuring, uno con Tormento e uno con Brusco, che sono nati in modo del tutto naturale. Tormento, ad esempio, è un artista storico italiano che rispetto tantissimo e ci accomuna, oggi, il fatto di avere un figlio. È una cosa che ti cambia.

L’uscita dell’album è stata anticipata dallo street-video di “Inossidabile pt.2”, il seguito naturale di “Inossidabile”, uscito 4 anni fa. Hai avuto l’esigenza di concludere qualcosa che forse avevi lasciato in sospeso?

In un certo senso è vero, avevo voglia di riscattarmi. “Inossidabile pt. 1” è uscita in un momento difficile della mia vita in cui mi sentivo abbandonato. La Virgin, l’etichetta che aveva promosso il mio album “Uomo di prestigio” era fallita da un giorno all’altro e io mi sono ritrovato da solo a dover ripartire da zero. Avevo molta rabbia dentro e, questa canzone, è stata una valvola di sfogo che ha avuto anche un buon successo underground. Oggi, a 4 anni di distanza, ho sentito l’esigenza di fissare nero su bianco un nuovo inizio, un nuovo punto di partenza. “Inossidabile pt.2” è una canzone di riscatto. Mi sono rimesso in piedi da solo, non solo come rapper ma anche come produttore discografico, con la mia nuova etichetta indipendente (Red Carpet Music ndr.).

Dicono che il rap sia una musica stereotipata, nata solo per esprimere rabbia e che, spesso, anche gli artisti rap tendono a conformarsi ad un determinato modello e ad un certo stile di vita. Ti rivedi in questo?

Non credo che sia una verità assoluta. Conosco e rispetto molti artisti, come Ghemon e Mistaman, per esempio, che non parlano di rabbia e fanno il rap a modo loro. Io mi avvicino un po’ di più a questa realtà, scrivo di disagi, ma perché questo fa parte della mia vita. Purtroppo ho avuto un’infanzia più difficile di altre, sono nato in una famiglia povera e mio padre è stato in carcere per tantissimo tempo. Avevo effettivamente molta rabbia dentro e il rap mi ha permesso di sfogarmi. Credo che ciò che conti veramente sia l’autenticità: non ci si deve costruire un personaggio e sfatiamo il mito che per fare rap bisogna essere nati in periferia e aver vissuto storie di disagio. Io ho scelto di raccontare la mia realtà e non voglio essere di esempio per nessuno. Penso che il rap sia prima di tutto comunicazione e si può scegliere di comunicare qualsiasi cosa.

Sei uno dei rapper più influenti nel panorama della musica italiana, eppure ti sei dovuto scontrare a lungo con chi ti ha definito un artista di seconda generazione.

Credo che, in generale, la cosa più importante sia la libertà. Finché sento di essere libero di esprimermi, posso parlare di tutto. Sono un ragazzo di seconda generazione, è una realtà: mio papà è un immigrato egiziano, mia mamma è italiana e io sono nato in Italia. Non c’è nulla di costruito in questo, è un dato di fatto. Cosa ben diversa è quando si tenta di strumentalizzare questa condizione, se così la si può chiamare, soprattutto in un momento storico in cui c’è ancora molta confusione e ignoranza sul tema. Mi innervosisco davanti a domande stupide, banali e stereotipate di chi dà per scontato che mangi in modo diverso o che necessariamente abbia avuto difficoltà ad integrarmi. In realtà sono sempre stato un ragazzo abbastanza vincente, soprattutto perché ho scelto fin da subito di circondarmi di persone a cui non interessava minimamente il colore della mia pelle o il fatto che avessi un cognome straniero. L’hip pop ha un ruolo fondamentale in tutto questo perché unisce ragazzi di etnie ed estrazioni sociali diverse, accumunati dalla passione per la musica e la cultura rap, senza preoccuparsi del resto.

Il fatto di avere un nome e delle origini straniere ha influenzato la tua vita e il tuo modo di fare musica? Hai dedicato a questo più di una canzone come “Non sono un immigrato” e “Straniero nella mia nazione”.

“Straniero nella mia nazione” è una canzone nata ingenuamente, senza prevedere il caso mediatico che ha poi effettivamente scatenato. C’è chi ne ha approfittato, strumentalizzando le mie origini e costruendo intorno ad esse vere e proprie strategie di marketing. “Non sono un immigrato”, invece, è una canzone consapevole, scritta come risposta ai media. Io sono nato in Italia e non ho dovuto combattere tutti i giorni, come mio padre, con il peso di aver lasciato il mio paese e la mia cultura. Come ragazzo di seconda generazione, la mia battaglia è un’altra. Non è così scontato essere trattati da italiani al cento per cento. Non è facile capire che avere origini diverse non è altro che una ricchezza culturale in più, di cui sono fiero. Tra poco uscirà il video di una canzone del mio nuovo album, “La mia pelle”, che in qualche modo riprendere e riaffronta queste tematiche che mi toccano inevitabilmente da vicino. L’aspetto più importante, come ho già detto, è il fatto di sentirmi libero, libero di esprimere ciò che voglio, perché lo sento, non perché possa essere strumentalizzato.

Più di una volta hai ripetuto che il rap ti ha salvato. Cosa intendevi dire? Come ti sei avvicinato a questo genere musicale?

Mi sono avvicinato al rap negli anni 90, frequentando la scena hip pop romana: prima ballavo break dance e solo in un secondo momento ho scelto di fare musica. Il rap mi ha dato l’opportunità e gli strumenti per tirare fuori la negatività che avevo dentro e di sfogarla in modo positivo, trasformandola in arte. Non avrei avuto modo migliore per incanalare la mia rabbia. Fare musica, per me, vuol dire stare bene, sentirmi meglio. C’è chi tende sempre a sfogarsi in maniera sbagliata e spesso distruttiva per se stesso e per gli altri. Io ho avuto la fortuna di trovare la musica. Si compete in modo positivo: dalle sfide di freestyle e di break dance si esce sempre con una stretta di mano, consapevoli del fatto che abbia vinto il più bravo e non chi ha picchiato più duro.

La tua canzone “Scialla”, colonna sonora dell’omonimo film di Francesco Bruni è candidata ai David di Donatello come miglior canzone originale. Pensi che in qualche modo il successo di questo pezzo abbia contribuito a farti conoscere e a consolidare la tua carriera artistica?

Sicuramente mi ha avvicinato ad un pubblico diverso. I film entrano nelle case degli italiani e raggiungono principalmente famiglie e ragazzi giovani che, per la maggior parte, non ascoltano rap o non lo conoscono ancora. È stata un’esperienza molto particolare: non si è visto spesso un rapper collaborare con il cinema. È un modo tutto diverso di fare musica. Non si scrive più spinti dalle emozioni ma, a tutti gli effetti, si tratta di un lavoro su commissione in cui ciò che conta è andare incontro alle esigenze di qualcuno altro, non solo alle proprie. L’ho vissuta come una sfida con me stesso, un’occasione di crescita e il rapporto di stima reciproca che si è creato con il regista Francesco Bruni mi ha sicuramente facilitato il compito.

Ti piacerebbe ripetere questo tipo di esperienza anche in futuro?

Non voglio pormi limiti. Me li ponevo quando ero più piccolo, quando avevo una mentalità chiusa e pensavo che chi fa rap deve fare solo quello nella vita. Oggi la penso in modo completamente diverso e sono sicuro di poter avvicinare la mia musica a qualsiasi settore perché, in fondo, si tratta solo di comunicare. Credo di avere la maturità giusta e gli strumenti per poter fare qualsiasi cosa.

 “Le ali per volare” è una canzone nata proprio grazie al film “Scialla” ed è dedicata a tuo figlio di 12 anni. Quali sono i valori che vorresti insegnargli?

Proprio adesso sono davanti a casa e mio figlio è dentro che studia. Purtroppo cresce in un momento storico non facile e il fatto di vivere in un quartiere di periferia non aiuta. La scuola non è un ambiente sempre sereno per lui e il bullismo è qualcosa che esiste veramente. È fortunato, però, ad avere me e la mamma perché stiamo cercando di trasmettergli valori sani come il rispetto, l’uguaglianza e la tolleranza. Stiamo cercando di dargli gli strumenti necessari per essere forte nella vita, a livello culturale, non fisicamente per prevalere sugli altri. A questo tengo molto. Mio figlio ha 12 anni, legge molto ed è cresciuto in un ambiente famigliare di livello culturale alto. Io non ho avuto la stessa fortuna e sto cercando di dargli tutto quello che a me è mancato. Mio padre era in carcere, mia madre era quasi analfabeta e io mi sono impegnato per imparare da solo, facendomi una cultura personale. L’augurio che mi faccio è che mio figlio avrà la possibilità e la voglia di studiare il più possibile, ma la vita non coincide sempre con le aspettative. Come ogni padre, comunque, vorrei essere un esempio positivo per lui.

Hai 33 anni, 3 album ufficiali da solista all’attivo, l’ultimo uscito appena settimana scorsa. Sei soddisfatto del tuo percorso?

Sono molto soddisfatto a livello personale, ma confesso di non esserlo del tutto sotto altri aspetti. A volte ho la sensazione che l’impegno e la dedizione che ho messo nella musica in questi anni, non siano stati del tutto ripagati. Ho l’impressione che in Italia la cultura non venga valorizzata e che l’interesse comune sia orientato in altre direzioni. Parlo dei reality show che promuovono nuovi talenti e danno loro, a mio parere, la falsa illusione di essere artisti già arrivati. Ma la via più facile non è sempre la migliore. Io consiglio ai ragazzi di avere una base solida per fare musica e, anche se può sembrare scoraggiante, di avere sempre un piano alternativo. Io non l’avevo, ho fatto solo questo nella vita e ho corso dei rischi. Lo studio invece ti permette di avere le “spalle coperte”, come si dice a Roma, e di distinguerti dagli altri. Posso sembrare un po’ in controtendenza con lo spirito rap, ma è qualcosa in cui credo molto.

 

Un sogno che vorresti realizzare?

Una cosa a cui tengo molto è sicuramente la mia etichetta discografica. Sto puntando alla promozione e giovani artisti e alla creazione di un laboratorio creativo a Roma, che sarà attivo da settembre. Si chiamerà, Galpi Creative Lab, un laboratorio di musica, video e fotografia, ma anche uno spazio per dare la possibilità ai giovani di ritrovarsi, riunirsi, creare arte e crescere insieme. Avrei voluto avere anche io questa possibilità, per questo credo sia molto importante. Io mi registravo le cassette da solo e andavo a venderle per strada. Qui stiamo cercando quindi di mettere in piedi una base, un quartiere generale dove i nuovi talenti potranno avere una guida ed essere indirizzati sulla giusta strada. Questo è il mio sogno più grande.

 

Amir aspetta tutti sul suo sito internet www.amirmusic.it, sempre aggiornato, ricco di news e con tutti i link ai social network.

 

 

 

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