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22 giugno 2012

La guerra interiore

 Reduci che invocano danni alla salute mentale, ciechi completi, individui che hanno perso un arto, chi ha perso l’udito a seguito dello scoppio di ordigni o per non essersi protetti contro esplosioni di artiglieria propria e chi al contrario dice di sentire tintinnii. Secondo i dati ufficiali del Dipartimento della Difesa USA, 332.000 soldati hanno avuto lesioni cerebrali dal 2000 a oggi, anche se molti esperti indipendenti stimano che il numero superi 400.000.

Questi sono solo alcune delle cifre e delle macabre evoluzioni che la macchina prima generatrice di dolore, la guerra, riesce a partorire costantemente, indipendentemente dal contesto storico, geografico, politico, ecc.. Lasceremo però l’analisi di una questione così spinosa e impegnativa, a colleghi sicuramente più preparati e competenti. Noi oggi vogliamo parlare invece di una bella storia, figlia diretta forse di un articolo precedente “ Via i prosciutti dagli occhi” (http://www.controcampus.it/2012/06/via-i-prosciutti-dagli-occhi/), nel quale veniva riportata forse, una tra le massime espressioni del rapporto uomo/cavallo.

Curare le ferite del corpo grazie ai grandi passi della moderna medicina, è relativamente semplice, o comunque lo è rispetto al passato. Ma con la psiche come la mettiamo? Potranno ancora una volta venirci in soccorso gli esseri più sensibili, eleganti, maestosi, ma allo stesso tempo così fragili e paurosi? Ebbene pare proprio di si. Il programma di recupero per i reduci che soffrono di stress post-traumatico o lesioni cerebrali traumatiche è denominato Therapeutic Riding Program’ (TRP)e mira ad una ripresa psicofisica del paziente, tramite una totale full immersion in un ambiente naturale, distaccato delle convulse dinamiche cittadine, e naturalmente coadiuvato dalla presenza cardine dei veri “dottori” :  i nostri amici cavalli. Il progetto nasce già nel 2006 ed ogni anno circa 25-30 soggetti rispondono in modo positivo, arrivando ad una quasi totale guarigione, alleviando sofferenze psichiche quali disturbi della personalità, depressione, tendenze suicide, manie di vario tipo ecc.

Il lavoro naturalmente si articola lunga un percorso che varia da soggetto a soggetto, a secondo delle patologie e dei disturbi rilevati. In linea di massima il lavoro terapeutico si articola tramite tre fasi: una fase di grooming, una fase di approccio da terra ed infine una fase a cavallo vera e propria. Tutte le fasi sono concatenate, e l’una è la base portante della successiva, infatti ogni singolo step mira a stringere un rapporto sempre più stretto con l’animale, a creare un feeling che il più delle volte è la vera medicina. Prima dell’approccio fisico vero e proprio, si inizierà con la costruzione di principi cardine per il successivo passo, quindi, sviluppare l’idea di rispetto, di quiete, di fiducia, è condizione necessaria sulla quale fondare le basi di un saldo edificio realzionale.

Successivamente avvengono gli approcci fisici, ciò che realmente è portatore di infiniti messaggi silenti, fatti di sguardi, emozioni tattili, odori, linguaggi del corpo, trasmissione di senso di pace, e infinito rispetto. I risultati sullo studio di tale terapia sono straordinari, inquanto si hanno guarigioni senza l’utilizzo di farmaci, quindi in assenza di una molecola chimica che vada a colpire la zona danneggiata, per indurre direttamente o indiretteamente uno processo curativo ( esulando quindi tutte le controindicazioni che la farmacologia si porta dietro). A questo punto si potrebbero snocciolare teorie dell’analisi transazionale, le varie terapie di gruppo, o di psicoterapia costruttiva per cercare di spiegare come può una relazione uomo/animale, apportare guarigioni a livello psicofisico, derivanti da trumi dati da prolungata esposizione con situaizoni di morte e violenza.

Forse semplicemente non c’è nulla da spiegare in quanto, l’attauzione di determinate dinamiche metafisiche, che sfuggono alle umane metodiche logico-formali, vengono relegate ad un regno che non ammette il rigido impianto antropocentrico del tipo: se non vedo non credo. Insomma ancora una volta la grandezza dell’uomo, la sua potenza sul mondo, il grande quoziente intellettivo che ci rende superiore rispetto a tutto ciò che ci circonda, sembra sgretolarsi d’avanti alla necessità di aiuto, che solo madre natura (continamente abusata e sfruttata) sembra poter attuare. In attesa che anche gli ultimi scettici si spoglino dei loro pregiudizzi sul mero utilitarismo dell’ umano sul cavallo, si sforzino di parire gli occhi e vedere quanto sia grande la vastità argomentativa su tale rapporto e le sue infinite sfaccettature relazionali; si rimanda ad un approccio diretto e fisico con il quadrupede in questione. 

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