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20 Giugno 2012

Via i prosciutti dagli occhi!

A tutti coloro che ancora sono abbarbicati a vecchi luoghi comuni e        stereotipi riguardanti il cavallo e l’uomo, come una relazione  potenzialmente riconducibile ad un ambiente prettamente borghese… beh forse è arrivata finalmente ora di ricredersi! I primi rapporti tra uomo e cavallo sono risalenti al V millennio a. C nel continente asiatico… e, da li in poi, si creò una magia che ancora tutt’oggi nell’era di internet, viaggi su Marte e studi sul bosone di Higgs sembra non incrinarsi minimamente.

Utilizzato in guerra, per il lavoro nei campi o per il tempo libero, oggi assistiamo forse all’esplorazione di una nuova frontiera relazionale che superi il mero utilitarismo produttivo e che innalzi ad un piano più riflessivo un’intesa millenaria. La notizia è che già da un anno gli USA hanno riconosciuto i cavall, in particolare una particolare razza denominata miniature horse, come animali da servizio da affiancare ai non vedenti,  accanto ai ben noti cani guida.

Attenzione perché già sono all’opera numerosi progetti (naturalmente di natura sperimentale) che esplorano le frontiere di un nuovo mondo del tutto sconosciuto, ma carico di potenzialità e aspettative.

Vantaggi? Potremmo subito cominciare col dire che un equino (e soprattutto i mini horses) hanno una vita di gran lunga superiore rispetto ad un cane,  quindi si ridurrebbero i traumi da “distacco” tra uomo e animale, legati al normale processo di invecchiamento del quadrupede. Rispetto ad un cane, un cavallo se ben addestrato riesce ad avere una capacità di gestione dell’ambiente che lo circonda, nettamente superiore, in quanto essendo preda, ha una visione di gran lunga più periferica che gli permette un costante e un più ampio monitoraggio ambientale

Sfruttare l’innata capacità mnemoniche , l’elevatissima concentrazione nel lavoro ( ricordiamo i cavalli utilizzati dalla polizia delle squadre antisommossa, che riescono a mantenere stati di tranquillità , in situazioni di totale caos),  il senso naturale di prudenza, la capacità di superamento di difficoltà tramite meccanismi cognitivi sviluppatesi in migliaia di anni di predazione. Naturalmente ci sono da considerare anche le limitazioni imposte dalle barriere di natura pratica, tecnica e sociale. Snocciolandole, quindi, potremmo rintracciare banalmente la difficoltà di carico e scarico da un’autovettura, le grosse problematiche incontrate ad esempio nel proseguire su una scala a chiocciola o su una lunga scalinata, e l’intolleranza ahimè dei più, nel vedere ad esempio un individuo con il suo mini horses accucciato sotto il tavolino di un ristorante.

Naturalmente da uomini di cultura, come i lettori di questo articolo, ci si attende non la sola formulazione di un parere (naturalmente di fondamentale importanza in un processo di creazione di giudizio) ma lo scorticamento della parte più esterna della notizia, per arrivare alla vera essenza. Come può un rapporto tra un predatore (essere  umano) e una preda (cavallo) perdurare per così lungo tempo e cementificarsi in relazioni ben più profonde, in assenza di un apparente e tangibile malta, che supporti la complessa struttura?

Forse c’è davvero qualcosa in più… quel qualcosa che chi ha avuto almeno la possibilità di approcciarsi con un qualsiasi equino ha provato, ma che non riesce a spiegare in quanto relegato forse ad un mondo lontano da schemi antropomorfi e da complessi dettami logico-formali, caratterizzanti la nostra natura, di uomo-centrismo. E come narra un noto proverbio popolare “ quando il tuo cavallo sbaglia, chiedigli scusa!”

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