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13 giugno 2012

Sanità pubblica bye bye! Niente cure per 9 milioni di Italiani. E i privati ringraziano

E vennero in tanti e si chiamavano gente, ciliegi malati in ogni stagione, cantava in Un medico il mai troppo compianto Fabrizio De Andrè.

Era il 1971, 41 anni fa. La storia, come molti sapranno, è quella di un dottore profondamente innamorato della sua passione, ma che è presto costretto a “tradire il bambino per l’uomo”, per non fare la fine dei tanti disgraziati che bussano alla sua porta (ammalati di fame, incapaci a pagare) e che proprio per questo finirà a “sfogliare i tramonti in prigione”.

Ebbene, la storia, più che ripetersi, è grossomodo la stessa di sempre. Passano gli anni, passano i governi, passano i diritti. Che tradotto significa tempi sempre più bui per i soliti poveri cristi.

L’ultima doccia fredda è targata Censis (in collaborazione con Munich Re) e riguarda la già abbondantemente martoriata situazione della sanità nostrana.

Drammatica la fotografia che emerge dal rapporto: 9 milioni di italiani non possono permettersi le cure mediche.

Colpa di una spesa pubblica sempre più latitante, surclassata da una spesa privata sempre più arrembante  e rapida.
Dato confermato soprattutto al Sud, dove la spesa sanitaria privata ha fatto registrare nel solo periodo 2008/2010 un incremento del 2,3%, a fronte di un aumento complessivo del 25,5%.

Tante le ragioni alla base di questa pericolosa inversione di tendenza. Prima fra tutte l’annosa questione delle liste d’attesa: sempre più lunghe e logoranti, specie per chi non ha scorciatoie da infilare (il 77% circa del totale).

Nessuna meraviglia, specie se si considerano le stime relative alla qualità “percepita” del servizio a livello regionale, data in evidente peggioramento da circa il 31,7% degli italiani, per un aumento totale, rispetto al periodo precedente, di ben 10 punti percentuale!

Numeri che non promettono niente di buono, ma che anzi ci autorizzano a immaginare una sperequazione sempre più ampia tra sanità pubblica e privata.

Tant’è vero che se il trend osservato in questa fase fosse confermato anche nel periodo successivo, avremmo entro il 2015 un gap stimabile intorno ai 17 miliardi di euro tra finanziamenti richiesti dal sistema sanitario pubblico e le risorse disponibili a livello regionale.

Come ben sappiamo, infatti, le sorti della sanità pubblica italiana dipendono ancora largamente dai cosiddetti “fondi integrativi” (a beneficio di oltre 11 milioni di italiani), che, in modo o nell’altro, sono riusciti finora a colmare le non poche lacune dell’offerta pubblica nostrana, ma che adesso, causa tagli e piani di rientro vari, rischiano seriamente di lasciare il sistema privo dei suoi ammortizzatori più vitali.

Il pericolo, in definitiva, è che la lotta alla crisi si trasformi nell’atto finale di una tragedia per larghi tratti già annunciata: la morte del diritto alla sanità pubblica, ridotta alla più classica delle lotte di classe.

Da una parte, quindi, quelli che possono permettersi cure più puntuali e servizi decisamente migliori e, dall’altra, quelli che possono pure fare testamento, che tanto il culo non glielo salva nessuno.

Tradotto: tempo qualche anno e avremo una sanità pubblica sempre più povera e scadente, in tutto e per tutto sottomessa a una sanità privata destinata ad essere sempre più ricca e qualitativamente superiore.

I “ciliegi da guarire” sono tanti e tutti sono uguali, almeno così dice quella cosa che chiamano Costituzione. Ma forse alcuni ciliegi sono più uguali di altri. E il guaio è che non è solo un’impressione.

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