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30 giugno 2012

UniCA: l’aggressività è genetica e si può controllare

DotNetCampus 2012 a Unical
UniCA

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Unica. Da sempre due scuole di pensiero si sono contrapposte sull’origine dell’aggressività, intesa come l’impulso di arrecare danno o dolore agli altri, allo scopo di soddisfare bisogni primari.

La scuola che ritiene che l’aggressività sia innata, sostenendo cioè che si nasce con l’istinto di aggredire, e la scuola ambientalista che sostiene che l’aggressività sia un fattore acquisito, principalmente da frustrazione e da apprendimento sociale.

La frustrazione è una condizione psicologica di sofferenza che nasce dalla impossibilità di soddisfare un’esigenza fondamentale di natura psicologica o fisica a causa di un ostacolo esterno. La scuola di apprendimento sociale si basa invece sulla teoria per cui si diventa aggressivi quando si hanno dei modelli aggressivi nell’ambito familiare o a scuola o tra gli amici; è quindi un fattore acquisito. L’inclinazione ad imitare diviene ancora più pericolosa nell’ambito della mentalità di gruppo, ovvero quando tutti compiono delle azioni perdendo la propria obiettività.

Mentre per la sociologia si tratta di un fattore ambientale, generato da contesti sociali negativi, per gli antropologi l’aggressività è una predisposizione caratteristica del genere umano.

Erich Fromm nel suo saggio Anatomia della distruttività umana chiariva che “Dobbiamo distinguere nell’uomo due tipi completamente diversi di aggressione. Il primo, che egli ha in comune con tutti gli animali, è l’impulso, programmato filogeneticamente, di attaccare o di fuggire quando sono minacciati interessi vitali. Questa aggressione difensiva, “benigna”, è al servizio della sopravvivenza dell’individuo e della specie, è biologicamente adattiva, e cessa quando viene a mancare l’aggressione. L’altro tipo, l’aggressione “maligna”, e cioè la crudeltà e la distruttività, è specifica della specie umana, e praticamente assente nella maggior parte dei mammiferi; non è programmata filogeneticamente e non è biologicamente adattiva; non ha alcuno scopo e, se soddisfatta, procura voluttà”.

L’aggressività reattiva, quella che emerge se sottoposti a particolari condizioni, può sfociare nella patologia se si manifesta in maniera eccessiva ed improvvisa. E’ un problema di assoluta rilevanza sociale e si ritiene, visti i risultati di una recente ricerca sarda frutto della collaborazione tra Unica e Marco Bortolato, che abbia comunque una base biologica: sarebbe la carenza di un particolare enzima a generare comportamenti violenti.

L’esito sorprendente sarebbe la possibilità di arrestare l’aggressività attraverso soluzioni di tipo farmacologico.

I risultati sarebbero talmente benigni e sorprendenti da rischiare di sovvertire secoli di studi etologici.

Daniela Angius

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