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7 luglio 2012

Maestra cattivissima televisione: da Karl Popper ai tempi moderni

Maestra cattivissima televisione
Maestra cattivissima televisione

Maestra cattivissima televisione

Maestra cattivissima televisione, per citare il filosofo Karl Popper.

Ma senza scomodare il pensatore, quello di cui oggi si dovrebbe parlare a proposito di televisione sono il presente e i giovani.

Quando in un paese come il nostro c’è una condizione di immobilità sociale, di disagio, di disoccupazione, la televisione diventa non il passatempo quotidiano dopo le ore di lavoro, ma le ore quotidiane stesse.

Ti allatta dall’antenna” diceva il cantautore Renato Zero in tempi sì sospetti. Quello a cui assistiamo oggi è la metafora dello spettacolo come pantomima della morte, di un futuro che non c’è, o se vogliamo la televisione è autoreferenziale, arricchendo i propri meccanismi sulle spalle di telespettatori indotti, innocenti, puri, che guardano la televisione come specchio di una vita che non esiste.

Come se dicessimo che la televisione guarda noi, il gioco delle reti di stato e commerciali è semplice. Ma le vere mosse di questo infinito gioco le facciamo noi per primi. Dunque non è più la televisione che allatta noi (con spettacoli di intrattenimento dell’epoca Rai anni ’70) ma siamo noi ad allattare i finti personaggi televisi. Loro hanno bisogno di noi.

Matt Groening lo ha fatto dire per bocca di un personaggio dei Simpson durante uno speciale di Halloween, le famose puntate del terrore di uno dei cartoni americani più longevi: “Lisa non prestare attenzione alle pubblicità che ora hanno preso vita. Se le osservi e presti loro attenzione, non moriranno mai“.

Dagli anni 2000 in poi in Italia i costumi si sono trasformati. Le televisioni commerciali, importando format esteri, hanno presentato i nuovi personaggi della televisione, gente non famosa che, con poche puntate chiusi in dei contesti, hanno calcato i palchi della fama (anche se alcuni per poco). Lo ha fatto Maurizio Costanzo già negli anni ’80 e ’90, invitando nel suo Maurizio Costanzo Show gente comune che raccontava la propria vita, i propri problemi, i loro percorsi. Alcuni carichi di bravura hanno fatto televisione, oggi con i reality gente che non ha nulla da raccontare (se non un nulla che si esaurisce in poco tempo) diventa famosa.

E sono questi i personaggi ora a diventare modelli per molti ragazzi. O anche per persone adulte. Fare soldi subito, magari delinquendo, è un sogno. La televisione è l’avvio di accesso a questa vita che si vorrebbe, perchè se ce l’hanno fatta loro possono farcela anche altri. Ed è proprio lo spettatore ad allattare i personaggi televisivi ormai simulacri della morte. Sì, la televisione oggi è lo spettacolo della morte, del nulla, del vacuo, della prepotenza. Con visi incerottati, pelli tirate, rughe ormai diventate cuscini assistiamo giorno dopo giorno non alla morte dei valori, ma al simulacro della vita. Questi modelli di falso successo si arricchiscono grazie alla visibilità che noi diamo loro, dove la volgarità diventa ciò che fa spettacolo, dove l’ignoranza diventa legge, dove chi non sa fare nulla ad un tratto si arroga il diritto di dire agli altri come si vive.

La nostra intelligenza è un grande dono, per questo non bisogna fare che questi personaggi si sentano importanti e migliori di noi solo perchè fanno (cattiva) televisione. Tolti i ceroni, trucchi, gente che pende dalle loro labbra (rifatte) cosa resta? Cosa hanno da raccontarci?

Il cinema – L’alternativa Altra è il cinema. Nel dilagare di televisioni digitali e private, il cinema oggi ha un grande posto nelle altre televisioni. Gli attori non sono modelli da prendere in fitto rispetto ai personaggi vuoti della televisione, il cinema può rappresentare la Bellezza. Per Alain Badiou, il cinema è l’arte impura per eccellenza (per il pensatore francese impuro nel caso della settima arte non ha accezione negativa); allo spettatore attivo (Ranciere) è affidato il compito di sottrarre dall’impurità di un film i momenti di purezza, di puro godimento (Zizek). Forse il cinema è l’attrattiva Altra per i giovani, un mondo che è sì fittizio ma che prende dalla realtà stessa i suoi elementi; il cinema ci ri-guarda. E siamo noi, gli spettatori attivi, a raccontare le nostre storie citando un film, una scena, raccontando qualcosa di noi. Se la nostra vita deve essere in qualche modo un’opera d’arte (Gabriele D’Annunzio), non facciamo in modo che i personaggi fittizi e vuoti raccontino le loro (tristi)vite attigendo da noi spettatori la loro foza. Sono già morti.

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