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28 luglio 2012

Popsophia: mistificazione o rivoluzione?

Aldon Busi Popsophia

Popsophia, Festival del Contemporaneo di Civitanova Marche è alla sua seconda edizione e s’incammina verso il suo ultimo fine settimana (dal 2 al 5 agosto).

Aldon Busi Popsophia

Aldon Busi Popsophia

Un successo pari o maggiore di quello della prima edizione per un evento pensato su quattro weekend d’incontri (dedicati alle quattro F: Filosofia, Fashion, Fiction e Futuro) e tredici mostre (tra le più apprezzabili Il Vangelo secondo Jobs. Apple tra tecnica e filosofia e Dissonanze. La città non dona luoghi). Cento quarantadue sono gli ospiti presenti, tra cui alcuni filosofi di grande richiamo, tra cui Massimo Cacciari, Gianni Vattimo, Giulio Giorello, Remo Bodei, Maurizio Ferraris, ed anche volti più noti al grande pubblico (Giobbe Covatta, Antonio Preziosi, Ron, Gene Gnocchi, Eugenio Finardi, ecc.).

Secondo Umberto Curi, direttore artistico delle sezioni filosofiche, “nelle sue origini, e nel suo statuto più proprio, la filosofia è popsophia. Anzi: se vuole davvero restare fedele alla sua ispirazione iniziale e intende valorizzare ciò che peculiarmente la caratterizza, rispetto ad altre attività intellettuali, la filosofia non può essere altro che pop-sophia”. Che cos’è però esattamente questa filosofia pop? L’appellativo “popolare” già ci dice molto riguardo lo spirito e l’anima di questa forma di pensiero, richiama alla mente la pop-art del dopoguerra ed evoca un atteggiamento nettamente schierato contro l’autarchia delle accademie.

“Noi non dobbiamo essere titubanti – dice Peter Sloterdijk – nel pensare oltre i confini dell’attività accademica. La crisi complessiva dei nostri giorni dovrebbe spingere la filosofia che si è rinchiusa nel grembo delle università ad abbandonare il suo nascondiglio. Dobbiamo tornare nelle piazze e nelle strade, dobbiamo ricomparire sulle pages littéraires e sugli schermi, nelle scuole e nei festival popolari per restituire al nostro mestiere, il più gaio e il più malinconico del mondo, l’importanza che gli è dovuta anche nella vita non accademica”.

Un modo di pensare ferocemente criticato o acriticamente osannato, dal quale però è difficile non essere colpiti. Riporta alla geniale sociologia della cultura di Roland Barthes, all’ironico “Fenomenologia di Mike Bongiorno” di Umberto Eco, ma anche alle meravigliose provocazioni di Derrida; è una ventata che trascina sino ai peripatetici, quei “sempre-citati” filosofi greci che già insegnavano come l’“amore del pensiero” non avesse luogo ma, al contrario, avesse bisogno di uscire da se stesso per poter interrogare il mondo.

La popsophia, nella sua dimensione più ispirata, è quindi tentativo di pensare la filosofia come un non-luogo delle domande di senso, vorace di contaminazione, senza patria e straniero alle classificazioni accademiche.

Ma, e di là di qualunque conservatorismo, non sempre la realizzazione concreta è all’altezza dell’idea. E questo Festival ne è in parte la dimostrazione. Oltre ai molti interventi interessanti (come ad esempio quello di Galimberti sulla Tecnica), infatti, si percepisce l’immediata riduzione di quel tentativo di contaminazione al semplice assurgere qualunque cosa ad “oggetto colto“. Così si va dalla Pornosophia di Ragazzoni, all’ormai classica Ontologia del telefonino di Ferraris, alla “filosofia del mistero” di Giacobbo (che sembra quasi uno sketch di Crozza) per finire con la filosofia, altrettanto misteriosa, della Napoli di Palazzo Palladini (tratto dalla fiction “Un posto al sole”).

Elevare il “discorso da bar” a “riflessione”, però, non è una conquista del pensiero ma, tutt’al più, mostra la ricerca di un pubblico più ampio: il bisogno di consenso di una comunità (quella dei filosofi) che si sente superata. Non è tanto un rifuggire lo snobismo accademico (che anzi viene confermato nella scelta del linguaggio), fa piuttosto pensare ad una frase di Schopenhauer: “di regola, gli scrittori sono professori o letterati i quali, dati i loro bassi stipendi e miseri onorari, scrivono per bisogno di denaro: siccome il loro fine è un fine comune, hanno anche un interesse comune”.

Che qualunque oggetto sociale possa essere spunto di riflessione, non significa inneggiare a facili parallelismi. Non significa cioè applicare i concetti filosofici alla cultura pop, parlare del popolare con linguaggio colto; tutt’al più sarebbe interessante rintracciare la formazione di questi “oggetti”, individuarne l’oggettualità al di fuori dei luoghi comuni.

Comunque si legga, ed ammesso che sia lecito assecondare con termini filosofici il comune sentire, vista così la popsophia sembra più una ricerca del (consenso) popolare piuttosto che una riflessione sulla popular culture; e non è neppure un’idea rivoluzionaria: già Hegel sosteneva come la filosofia non fosse che il proprio tempo pensato attraverso il concetto, un suo abbellimento.

Un’occasione mancata dunque per costruire un terzo (non) spazio tra un pensiero che si parla addosso nelle accademie, in un’immaginazione costretta dal suo stesso eco, e la filosofia spicciola delle citazioni dei social network: un pensiero che è già un cimitero di elefanti senza che alcuno ne abbia potuto udire i barriti.

Come ogni occasione mancata, però, la popsophia di oggi lascia intravedere ciò in cui manca: una riflessione che non è mera applicazione dei concetti filosofici agli oggetti moderni, che non neanche è una scelta di pubblico, quanto la possibilità di un pensiero che si cerca, filosoficamente, a partire dalla sua esposizione all’impuro. E lasciandosi profondamente, appassionatamente, afferrare. O infettare” (Peter Szendy).

La filosofia pop ci parla del bisogno di una filosofia (anche) di strada, dove per pensare è necessario camminare e lasciarsi sommergere; un pensiero che utilizza ciò in cui s’imbatte per portare nei luoghi altri della mente umana: quei non-luoghi che la strada forse ancora non conosce.

Selene Parigi

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