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4 luglio 2012

Tra i reati più comuni e violenti: la rapina

Quotidiane sono le notizie di assalti ai portavalori o di rapine a banche, supermercati e tabaccherie ad opera di malviventi spesso spietati.
La rapina è il più delle volte espressione della piccola criminalità, ma non mancano (e non sono mancati in passato) casi in cui questo violento delitto sia utilizzato dalle grandi organizzazioni criminali o terroristiche per finanziare le proprie attività illecite.

Il Codice Penale punisce all’art. 628 con la reclusione da tre a dieci anni (e con la multa da euro 516 a euro 2.065) chi, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, mediante violenza alla persona o minaccia, s’impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene.Alla stessa pena soggiace chi utilizza violenza o minaccia immediatamente dopo la sottrazione, per garantire a se stesso o ad altri non solo il possesso del bene sottratto, ma anche l’impunità.

E’ previsto, inoltre, un aumento di bene da quattro anni e sei mesi a venti anni di reclusione (e della multa da euro 1.032 a euro 3.098): qualora la violenza o la minaccia vengano commesse con armi o finalizzate a costringere taluno in stato d’incapacità di volere o di agire o se sono compiute da un membro di associazioni mafiose. Ma non solo: l’aggravamento di pena sussiste anche se il fatto è commesso in un’abitazione privata, all’interno di mezzi di pubblico o avverso persone nell’atto di prelevare denaro da uffici postali, bancari o sportelli automatici.

Possono distinguersi due ipotesi criminose, le quali, pur consistendo nel medesimo comportamento teso all’impossessamento della cosa mobile altrui, vedono un diverso atteggiarsi dell’elemento psicologico posto che nella prima fattispecie la violenza o la minaccia hanno lo scopo di coartare la volontà della persona offesa, che viene spossessata del bene, nella seconda, invece, esse vengono esercitate per scoraggiare la reazione della persona offesa che ne ha già subito lo spossessamento.

L’impossessamento del bene, quindi, è il momento in cui si consuma il delitto di rapina e non è richiesto che tale sottrazione sia definitiva giacché è sufficiente che l’agente abbia conseguito la disponibilità materiale della cosa sottratta, sia pure per breve intervallo di tempo e nello stesso luogo, senza possibilità per la vittima di recuperarne il possesso con il normale esercizio del potere di vigilanza e custodia, bensì soltanto tramite un’azione violenta personale o da parte di terzi.

Secondo la Suprema Corte ai fini dell’integrazione dell’elemento della minaccia “è sufficiente qualsiasi comportamento o atteggiamento verso il soggetto passivo idoneo ad incutere timore e a suscitare la preoccupazione di un danno ingiusto”(Cass. sent. n. 35619/2006) .
La violenza, invece, deve consistere in un’estrinsecazione di energia fisica che arrechi pregiudizio al possessore della cosa o ad altra persona diversa dal detentore persona purché tra la violenza e l’impossessamento interceda un nesso di causalità tale che abbia carattere di immediatezza, sicché quest’ultimo sia conseguenza diretta della violenza stessa.

Per le modalità di esecuzione di questo delitto è chiaro come le conseguenze possano essere davvero gravi. La realtà di ogni giorno è una chiara dimostrazione ferimenti o uccisioni di commercianti, guardie giurate o semplici cittadini in attesa all’interno di una banca o di un ufficio postale, ma anche all’interno di case o villette famiglie intere o anziani diventano vittime di rapinatori violenti e spietati.
Una situazione che, chiaramente, necessita di una forte reazione delle Istituzioni a tutela della sicurezza della collettività.

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