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19 giugno 2012

La privazione del bene supremo della vita: l’omicidio

La violenza criminale ha prodotto un’altra vittima. Pontedera, in provincia di Pisa: nei giorni scorsi quatto rapinatori, dopo un colpo perpetrato in un locale supermercato, hanno ucciso un uomo con il solo scopo di sottrargli la vettura e fuggire speditamente.

L’efferatezza di un tale delitto mette drammaticamente in evidenza come si seguiti a mostrare, con incredibile disinvoltura, un totale disprezzo per la vita altrui.

L’ art. 575 del Codice Penale punisce con la reclusione non inferiore ad anni ventuno chiunque cagioni la morte di un uomo.

Attraverso il predetto articolo il legislatore tutela la prima prerogativa della persona umana, il diritto alla vita, quale bene individuale; va precisato, a tal proposito che la vita umana  trova questa tutela non solo nella sua veste di “diritto dei singoli” per i quali costituisce bene supremo, ma anche  quale “interesse della collettività” in considerazione dei doveri che gravano sull’individuo verso la famiglia e verso lo Stato.

Relativamente alla condotta  l’omicidio è un delitto a forma libera posto che non è richiesto che si realizzi secondo modalità specifiche; difatti può consistere sia in un’azione che in un’omissione e compiersi utilizzando  mezzi fisici o psichici (es., spavento), diretti o indiretti. Fondamentale è che si produca l’evento-morte: il delitto si consuma nel momento in cui la vittima cessa di vivere.

Sotto il profilo soggettivo l’omicidio può essere preterintenzionale (la volontà dell’agente è diretta a percuotere o a ferire la vittima con esclusione assoluta di ogni previsione della morte, sebbene quest’ultima si verifichi), colposo (l’agente non solo non vuole la morte della vittima, ma neppure l’evento lesivo da cui derivi la morte) e doloso.

Relativamente a quest’ultima tipologiala Cassazioneha precisato che la volontà dolosa, a seconda dei vari livelli di intensità dai quali può essere caratterizzata, può dar luogo alla configurabilità del dolo intenzionale, qualora si persegua l’evento come scopo finale della condotta o come mezzo necessario per ottenere un ulteriore risultato; del dolo diretto, nel caso in cui l’evento non costituisce l’obiettivo della condotta, ma l’agente lo prevede e lo accetta come risultato certo o altamente probabile di quella condotta; del dolo eventuale, connotato dall’accettazione del rischio di verificazione dell’evento, visto, nella rappresentazione psichica dell’agente, come una delle possibili conseguenze della condotta (Cass. sent. n. 3277/1996).

Nel caso di specie è evidente la volontarietà di un simile atto, tale da qualificare il reato in questione come omicidio volontario; sul punto ai fini della configurabilità dell’elemento psicologico è semplicemente richiesto che “l’agente si sia rappresentata la morte come conseguenza diretta della sua azione od omissione, e quindi l’abbia voluta in ogni caso”, oppure “che si sia rappresentato l’evento morte come indifferente rispetto a quello di lesioni” o ancora “che l’agente si sia rappresentato come probabile o possibile anche l’evento più grave, ossia la morte, e, ciononostante, abbia agito egualmente anche a costo di cagionare tale più grave evento, accertandone preventivamente il rischio e che, quindi, abbia voluto cagionare”  (Cass. Sent. n. 4805/1980).

Deve rammentarsi che la rapina è stata commessa da quatto soggetti.La Suprema Cortestatuisce che in caso di rapina a mano armata, il compartecipe che non ha commesso l’azione tipica dell’omicidio sebbene non risponda di tale reato a titolo di responsabilità ex art. 110 c. p. (pena per coloro che concorrono nel reato), è perseguibile ai sensi  dell’art. 116 c. p. (reato diverso da quello voluto da taluno dei concorrenti)  se sussiste la rappresentazione in concreto di detto evento come possibile conseguenza dell’azione concordata, delle modalità effettive di esecuzione e di tutte le altre circostanze di fatto rilevanti, oppure non ne risponderà se tale rappresentazione è ritenuta insussistente (Cass. sent. n. 331/1991).

E’ evidente che uccidere una persona con il solo scopo di assicurarsi una vettura per la fuga dopo aver commesso una rapina è “motivo abbietto”, ossia un motivo turpe, ignobile, che rivela nell’assassino un grado tale di perversità che non può non scuotere un profondo senso di ripugnanza in ogni persona dotata di un minimo di moralità.

Una ragione davvero spregevole che esige la giusta e proporzionata punizione giudiziaria. Non lo si dimentichi: ad essere stato leso, senza possibilità alcuna di rimedio, è il bene supremo della vita.

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