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4 agosto 2012

Laurearsi conviene ancora

Negli ultimi tempi di grande crisi, il quesito più richiesto dai giovani è sicuramente riguardo al proseguimento degli studi incanalando la strada dell’università e di conseguenza le concrete possibilità di realizzarsi nel mondo del lavoro.

Si creano situazioni di grande sfiducia e frustrazione tra i giovani una volta usciti dall’università e ad ogni uscita di dati che rimarca sempre di più la continua crescita disoccupazione giovanile e la precarietà dei rapporti di lavoro per i giovani. Di conseguenza il calo delle immatricolazioni ogni anno nelle università italiane: chi ha scelto di continuare a studiare era il 62% nel 2010 contro il 68% nel 2007.

Il rapporto 2012 dell’ISFOL, Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori, ha delineato tendenze abbastanza diverse rispetto agli anni scorsi. Analizzando i dati tra il 2007 e il 2010, c’è la differenza della perdita di 350 mila posti di lavoro con la crisi, abbassando il tasso di occupazione dal 58,7% al 56,9%. Anche il tasso di disoccupazione, di solito più basso tra i laureati, aumenta meno che nella media, dal 4,4% al 5,7% contro l’aumento medio nazionale dal 6,1% al 8,4%.

Se per gli altri livelli di istruzione c’è un aumento della disoccupazione di più di 12 mesi, con la crisi, per i laureati addirittura scende leggermente. Più rilevante sono quante persone disoccupate siano riuscite ad entrare nell’occupazione nel 2010, in media tra i 15 e i 29 anni il 28,6% dei disoccupati, ma tra i laureati arriva al 40,1%.

La maggior parte dei giovani sono laureati e precari e quindi è logico immaginare che ci sia anche precarietà tra i laureati. Eppure dalle analisi della durata del posto di lavoro si delinea come dopo i primi 13 anni di lavoro la permanenza sul lavoro sia maggiore tra i laureati e aumenta dopo.

Tra gli anni 2010 e 2011 c’è stata un concentrato aumento dell’occupazione in tutti i settori lavorativi (badanti, attività professionali, scientifiche, tecniche, informatica e sanità), mentre le perdite più notevoli sono state nell’ambito delle costruzioni e nell’istruzione. A seguire piccoli alti e bassi nelle industrie. Qui si nota come il lavoro laureato sia stato leggermente favorito, mentre l’aumento nell’attività di assistenza domestica è compensata dal calo nelle costruzioni.

Se crescono e risultano avvantaggiati i laureati, a differenza del resto d’Europa c’è però una stagnazione delle professioni altamente specializzate, quindi i laureati si trovano a svolgere professioni spesso non adeguate agli studi. E allo stesso tempo si deve sottolineare che vi è un aumento della domanda di lavoratori per mansioni come i badanti, con una polarizzazione del mercato del lavoro tra professioni avanzate e molto manuali.

Le previsioni dell’ISFOL per il 2015 contemplano un aumento dell’occupazione del 3,3% di media, con ben un 14% per le professioni non qualificate, un 5,5% per le professioni scientifiche, un 3,5% per professioni tecniche e specialistiche nei servizi (informatici), e un calo anche del 4% per fasce intermedie come gli operai specializzati, i conduttori di impianti e gli artigiani.

Nel complesso appare evidente che sussiste un vantaggio nell’inserimento nel mondo del lavoro per i laureati. Ma si aggiunge sicuramente la questione di cultura e mentalità. In Italia il numero dei laureati è sempre stato tradizionalmente basso, la laurea riservata a una élite borghese si è vista sempre privilegiata anche nel mondo del lavoro. Da qui l’aspettativa di una occupazione sempre certa e spesso prestigiosa dopo la laurea.

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